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L’eco ancestrale dei petroglifi di Yavi

CondorIn un luogo dove il tempo si è fermato nella pietra e dove storie e stelle furono rapite dalle rocce, è possibile fare un salto nel passato di migliaia di anni. Un passato in cui preziose conoscenze, vennero incise con saggezza e precisione su pagine di pietra scaldate dal sole, accarezzate dal vento e lette ancora oggi dal cielo. Sono le meravigliose pagine dei petroglifi della Laguna Colorada di Yavi, in Argentina. Pagine scritte da un popolo indigeno antichissimo, misterioso, di origine incerta, probabilmente appartenente alla Cultura Chichas. Durante la mia visita al sito, provai a leggerle quelle pagine, accompagnato dalle guide esperte del Gruppo d’Investigazione Kuntur, un’associazione culturale locale molto preparata e profondamente legata alla tradizione andina, che studiò e decifrò gli oltre 2000 petroglifi presenti nella zona, pubblicando anche un libretto illustrativo riportante le interpretazioni di almeno 100 di questi numerosi petroglifi.

Prima di accedere al luogo sacro della Laguna, situato nella parte orientale della puna argentina, invitato dalle guide del Gruppo Kuntur, partecipai a un rituale andino di benvenuto, senza il quale, l’ingresso sarebbe stato differente.  Durante la cerimonia, mi raccontarono che alcune persone, entrate nel luogo sacro senza aver effettuato un rituale d’ingresso, non furono in grado di trovare i petroglifi. Dopo aver chiesto il permesso alla Pachamama e agli spiriti del luogo, con fumo di palo santo, incenso e foglie di coca, scesi quindi con la giusta apertura nella zona sacra dei petroglifi, tra gli “Otto Fratelli”, un cordone di otto monti di aspetto piramidale, che delimita un lato della Laguna sacra. Lì, già dai primi passi, mi sembrò di entrare in un’altra dimensione. Lasciandomi guidare dalle energie benefiche del posto e dalle descrizioni del Gruppo Kuntur, partii per un viaggio nel tempo, che almeno in parte, cercherò di far rivivere qui di seguito, attraverso le foto dei petroglifi principali che scattai, accompagnate dalle brevi ma dettagliate descrizioni raccontatemi dalle guide e in parte presenti nel libretto illustrativo pubblicato dall’associazione stessa. Libretto, che nella sua introduzione, accoglie così…

“Scendi in silenzio, pellegrino.
Qui, le pietre dimenticate.
Parlano con la voce dei secoli.
Scendi in silenzio, e invece del piede, mettici l’anima in ogni passo.
Perché dovrai camminare su terra sacra.”

I SERPENTI

Il Serprente o Amaru è un animale considerato sacro nel mondo andino, in quanto è l’animale che ha acquisito tutta la saggezza della Madre Terra o Pachamama e la gestione delle differenti energie terrestri. La biforcazione della sua lingua rappresenta la dualità. È il primo gradino fondamentale nella ascensione spirituale (Serpente, Puma, Condor, Colibrì). Questa è la ragione per cui è un animale molto rappresentato. Una volta convertito in puma, l’unione serpente-puma simboleggia il raggiungimento della saggezza e della forza. I colonizzatori europei, una volta giunti nel territorio sacro della Laguna Colorada, interrarono gran parte degli oggetti e simboli sacri indigeni attraverso atti di esorcismo, in quanto li consideravano oggetti satanici. Questi fatti restano tutt’oggi nell’inconscio collettivo, gran parte della gente del posto ha ancora timore di dedicarsi al culto solare dell’ Amaru o Serpente Sacro.

ENERGIA POSITIVA E NEGATIVA TRA SPIRALI

L’energia positiva e negativa ascendente e discendente, opposti e complementari, siamo Energia all’inizio e dopo Materia. È necessario che due o più energie trascendentali si incontrino per far si che esista uno dei quattro elementi della Natura, il Fuoco. Queste due energie confluiscono in forma di fulmine o lampo (Inti Illapa).

LA SPIRALE DOPPIA

Simbolo della Dualità, nella esistenza simultanea di due cose della stessa specie, attraverso la quale si manifestano gli opposti e complementari, dove uno non esiste senza l’altro (Sopra-Sotto, Maschio-Femmina, Positivo-Negativo). Nel sistema umano e altri sistemi naturali, affinché si produca una nuova vita o nuovo essere, si complementano il maschile e il femminile.

IL CONDOR MASCHIO

Il Condor Maschio è il messaggero del Sole. Nella spiritualità andina lo si denomina “Il Gran Apuchin” (Signor Condor, Nonno Condor). Il “Willajumu”, l’ Uomo Condor, è colui che possiede una maggiore elevazione spirituale. In questa linea di evoluzione il Condor si trova nel penultimo gradino prima di arrivare al Sole. Nell’ultimo si trova il Colibrì, che ha la capacità di entrare nel Sole. Nel sito archeologico della Laguna Colorada non compare la rappresentazione del Colibrì, a seguito delle profanazioni che il luogo ha subito nel tempo.

IL PUMA E LA CROCE DEL SUD

Il Puma, nel cammino della evoluzione ascendente spirituale, possiede la forza necessaria per compiere il salto dal serpente al Condor. Si possono incontrare anche rappresentazioni di Uomo-Puma, (ChacaPuma, ossia l’uomo che ha già acquisito la forza spirituale del Puma). Il Fuoco Sacro è anch’esso rappresentato attraverso questo felino.

La Croce del Sud o Croce Andina, sempre visibile nel cielo. Si costituì nell’ “Ordinatore delle Dimensioni” di spazio-tempo, permettendo l’ubicazione geografica. La sua invariabilità generò il sistema di calcoli astronomici e matematici dei sistemi andini. Dal gruppo di stelle della Croce del Sud, si estrae il valore proporzionale costante “Pi grego”, utilizzato da differenti culture arcaiche.

IL QUADRO DELLA GENESI DEL MONDO
Nella parte sinistra della Genesi (non visibile in queste foto), compare una sorta di involucro chiuso, con due riccioli superiori. Lo stesso involucro, pochi metri a destra si trova inciso in forma aperta. Dall’involucro cadono un uomo e un lama (foto laterali), l’uomo lo si può notare a testa in giù, come se “cadesse dal cielo”. Altri simboli compongono il Quadro della Genesi, una stella nel lato sinistro, alcuni lama e, sulla parte destra, un cerchio con dentro una sorta di “embrione”.

IL MUSICISTA

La musica andina era molto legata alla spiritualità e veniva utilizzata in alcune cerimonie per raggiungere altri stati di coscienza e realtà (trance). Nel pertoglifo della foto, il “Runa” suona uno strumento musicale aerofono chiamato “Erke”.

FULMINE CHE COLPISCE UOMO
Il petroglifo rappresenta un insieme di quattro fulmini. Il fulmine laterale destro, in basso colpisce un uomo dalla testa allungata. È la “Morte Iniziatica” per mezzo di un fulmine e si compone di tre fasi: Distruzione, Ricostruzione e Trasferimento di Poteri. Rappresenta la nascita di un “HampiRuna”, un Uomo di Medicina, essere che possiede il potere del fulmine o IntiIllapa (lampo). Questo potere lo guida nelle pratiche medicinali tipiche dei curanderi.

HAMPIRUNA, UOMO DI MEDICINA

Conosce il delicato equilibrio tra la psicologia e il corpo fisico, essendo uno dei segreti ben custoditi dai saggi andini. Nel mondo andino non si conoscono ospedali, centri neuropsichiatrici e tantomeno case per anziani. La medicina formava parte di una pratica elevata in coscienza. La Salute non era negoziabile.

 

 

LA RIUNIONE DEI SAGGI

In uno dei luoghi delle riunioni dei saggi andini, è possibile trovare dei petroglifi che rappresentano diverse tipologie di uomini spirituali. Il primo, rappresentato sulla sinistra, è il Willka Runa, cioè colui che ha raggiunto un elevato livello di coscienza nella spiritualità andina, superando tutti i gradini della evoluzione della coscienza solare (Serpente, Puma, Condor, Colibrì). I raggi sulla sua testa rimandano alla “luce del sole”.  Il passo successivo della sua evoluzione è la trasformazione del corpo fisico in energia. Nella cultura andina, siamo “figli del Sole” e dobbiamo tornare al Sole. Il secondo uomo rappresentato è il Chaca Puma, l’Uomo Puma, rappresenta il processo dell’uomo “divorato” dal fuoco sacro. Sostiene un’asta che simboleggia la conoscenza dei quattro elementi della Natura (Terra, Acqua, Aria, Fuoco). L’asta rappresenta anche la colonna vertebrale dell’essere umano. Il fuoco sacro, passando lungo la colonna, risveglia differenti poteri.

LA VISIONE
I quattro petroglifi in basso, ben diversi dai lama della parte superiore, rappresentano quattro cavalli con cavalieri e stendardi. I petroglifi sono considerati di età precedente alla colonizzazione spagnola. In quelle zone il cavallo non esisteva, fu portato dai colonizzatori, per cui questa serie di petroglifi viene interpretata come una visione di ciò che sarebbe accaduto, ossia, “cavalieri a cavallo con croci sugli stendardi sarebbero arrivati da lontano”. Al tempo, era molto comune praticare l’arte della visione, soprattutto alcune donne avevano questo ruolo, in quanto considerate capaci di muoversi più facilmente nelle dimensioni sottili. Molti dei cambiamenti che avvenivano, erano letti in anticipo grazie all’attenta lettura delle stelle e dei loro relativi movimenti.

L’OSSERVATORIO ASTRONOMICO

Gli antichi astronomi andini possedevano un avanzato grado di conoscenza dei movimenti astronomici e della relativa incidenza di questi movimenti sull’umanità. Di notte, utilizzavano grandi piscine o specchi d’acqua, nei quali far riflettere la volta celeste, portando così “il cielo in terra”, ed effettuando osservazioni astronomiche. Realizzavano cerimonie notturne e da queste osservazioni si svilupparono i differenti calendari astronomici e tecnche di previsione dei cambi energetici vibrazionali dell’Universo dell’Umanità. La stella Sirio, ad esempio, presente in alcuni petroglifi, è relazionata al Grande Occhio delle cerimonie notturne che realizzavano i saggi andini, in connessione con le energie che irradiano le differenti stelle. Anche le tipiche costellazioni dello Zodiaco sono rappresentate sulle rocce della Laguna Colorada. Nella foto laterale si può notare la rappresentazione della costellazione del Toro (in basso) e della Vergine (in alto).

Sono diversi i petroglifi che non siamo riusciti a vedere quella giornata alla Laguna, essendo il sito veramente vasto. Tra quelli che non sono riuscito quindi a fotografare, ce ne sarebbe uno, mi ha assicurato una delle guide, che sembrerebbe rappresentare una sorta di “disco volante”. Il simbolo riportato qui di seguito invece, “le tre spirali”, molto famoso nella zona, fa parte della serie di petroglifi descritti nel libretto illustrativo del Gruppo Kuntur.

LE TRE SPIRALI
Il simbolo della Unione delle dimensioni del Tempo (passato, presente e futuro). Secondo i saggi andini, attualmente tutto il sistema galattico è entrato nel cambio di vibrazione della sua evoluzione. La Galassia si trova nella quinta vibrazione cosmica e l’umanità nella quarta vibrazione cosmica. Questo simbolo, rappresenta anche la congiunzione dei quattro elementi della Natura e i tre stati dell’Essere Umano, Mente-Corpo-Spirito.

 

Un altro posto magico del luogo è una sorta di nido di pietra, nel quale si entra attraverso una bassa e stretta apertura. Questa stanza-nido, mi raccontò una delle guide, era riservata agli incontri dei grandi saggi, i quali si scambiavano segreti, conoscenze, visioni. Una delle “pareti” del nido è formata da due rocce piatte, con una fessura in centro, di circa 2 metri d’altezza e 50 cm di larghezza. Mi infilai nella fessura, leggermente inclinata, e appoggiai interamente il mio corpo, così come avevano fatto poco prima alcuni componenti del gruppo. Chiusi gli occhi e restai lì un po’, ricevendo gli stimoli energetici di quelle sacre e antichissime rocce. Provai un’intensa sensazione di rilassamento, e forse, proprio per questa caratteristica, quel luogo era utilizzato dai saggi andini per le loro riunioni, perché era un luogo nel quale pace e serenità erano (e sono) naturalmente favorite.

In questi giorni, essendo ospite di uno dei componenti del Gruppo Kuntur, ho avuto modo di parlare molto della Laguna Colorada e delle storie del luogo, alcune davvero particolari, registrate addirittura negli archivi della gendarmeria locale e che parlano di inspiegabili movimenti di luci avvistate nella notte, proprio tra le rocce dei petroglifi. Durante le notti di equinozio e solstizio molte persone si ritrovano lì nella Laguna, per effettuare cerimonie aspettando il sorgere del sole.

Incontrare il Gruppo Kuntur fu fondamentale per leggere al meglio i messaggi dei petroglifi di Yavi e con piacere ho accettato di tradurre in italiano il loro libretto, contenente le interpretazioni di molti altri simboli del sito, e se tutto va come spero, con il loro consenso, riuscirò anche a regalarlo sul Blog.

Stefano Lioni

Incontro con una strega tenera

Tra fate, cristalli e conchiglie, c’è una donna qui a Humahuaca, che usa la magia. È una strega. Una strega buona però, conoscitrice degli antichi principi munay-ki, delle rune e della wicca. Lei si chiama Mercedes, ed io, forse vittima di qualche incantesimo, la incontrai due volte.

Circa una settimana fa, mentre cenavo in una trattoria del centro di Humahuaca, il cameriere con il quale stavo scambiando due chiacchiere, mi disse: «Se stai cercando sciamani, sei nel posto giusto. La proprietaria del locale è una sciamana, o meglio, una strega. Però di quelle buone». mishaE poi, indicandomi una nicchia colorata piena di oggetti e simboli, presente in una delle pareti del locale, aggiunse: «Vedi quegli elfi, quelle fate e quelle farfalle? Sono tutte cose sue».
Non avevo mai incontrato una strega, e motivato da buone sensazioni e dall’armonia di quella nicchia colorata, gli chiesi quando avrei potuto incontrarla. «A parte oggi la trovi ogni sera, dopo le dieci» mi rispose.

La sera dopo, tornai alla trattoria. Stavo per terminare un ottimo piatto andino a base di quinoa, e la strega arrivò. Senza volare su una scopa, entrò dalla porta principale. Lo stesso cameriere della sera prima me la presentò. Strinsi la mano a Mercedes, una donna argentina di circa quarant’anni, di bassa statura, leggermente robusta, dalle curve morbide e gentili, in armonia con un viso dolce e paffuto. Indossava un maglioncino viola e dei fuseaux chiari. Un ciondolo con un grosso cristallo semitrasparente le pendeva dal collo. Le dissi del mio viaggio, del mio interesse nell’incontrare sciamani, curanderi e non solo. Le chiesi se le avrebbe fatto piacere raccontarmi cosa fa una strega, quando non gestisce una trattoria. Accennando un sorriso mi disse di ritornare la sera successiva, sul tardi, avremmo potuto chiacchierare con calma.

Tornai alla trattoria la sera seguente. Stavolta mi trovavo davanti a un piatto ormai vuoto che circa due ore prima era arrivato colmo di squisite empanadas, e la strega, sempre senza scopa, entrò nuovamente nel locale. Mi salutò da lontano con un cenno della testa e un sorriso. Era circa mezzanotte, ora perfetta per incontrare una strega, pensai. Mercedes, col suo mate caldo in mano, si sedette al mio tavolo circa mezz’ora dopo il suo arrivo. Gli ultimi clienti se n’erano andati da tempo e anche il personale aveva già lasciato il locale. Willy dormiva accovacciato sotto il tavolo. Tra le poche luci rimaste accese nella trattoria, a parte qualche fata, elfi sparsi un po’ ovunque, farfalle e strane maschere alle pareti, nessun altro ci guardava. Io e la strega, seduti uno di fronte all’altro, iniziammo a conversare.

«Mercedes, prima di iniziare a parlare, puoi garantirmi che non mi trasformerai in un coniglio?» le dissi in tono scherzoso, per rompere un po’ il ghiaccio.
«Chissà, dipende da come va la chiacchierata, non te lo posso assicurare» rispose sorridendo.»
«Correrò questo rischio.»
«Se proprio lo desideri.»
«Perché ti chiamano strega?»
«Perché lo sono. Io stessa mi definisco così. Da queste parti la gente è abbastanza abituata alle streghe, ce ne sono molte.»
«E sono tutte streghe buone?» le domandai. image
«Ci sono quelle che usano la magia bianca, la magia della luce, e la usano solo nel rispetto della volontà dell’interessato che si rivolge a loro e soprattutto nel rispetto profondo della volontà divina. E poi ci sono quelle che invece invocano le energie oscure, tentando di operare contro il volere dell’universo e usano la magia senza scrupoli e spesso per scopi egoistici.»
«Tu che tipo di strega sei?»
«Io pratico solo la magia bianca.»
Mercedes aveva un tono di voce rilassante. Tutta la sua presenza in generale invitava alla tranquillità. Per questo mi sentii subito a mio agio.
«Da quando sei una strega?»
«Tutto iniziò anni fa a partire da una crisi matrimoniale che mi stava lentamente logorando. Decisi di contattare un famoso stregone della zona. Mai avrei pensato di poterlo fare, ma in quel periodo fu una delle tante cose che feci, per cercare di trovare un po’ di pace. E fortunatamente fu la scelta giusta. Lo stregone che incontrai si fa chiamare Mariano. È un uomo argentino, in parte di origini italiane e nipote di una curandera. Viaggiò molti anni in India e in Europa, poi tornò qui in Argentina e iniziò a praticare le arti magiche apprese. Il primo giorno che lo incontrai mi disse di soffiare dentro una borsetta e di toccare con le mani il suo contenuto. Poi mi disse di prendere alcuni di quegli oggetti che c’erano dentro la borsetta e rovesciarli sul tavolo. Dalla mia mano caddero delle piccole pietre con dei simboli, erano rune. Iniziò a leggermele, e senza avermi mai incontrata prima, mi parlò della crisi di coppia che stavo vivendo. Non solo, capì tante altre cose di me. Mi leggeva dentro, come fossi trasparente, e io mi lasciavo leggere. Lo incontrai un po’ di volte in quel periodo, sempre per farmi leggere le rune, e mi resi conto che stavo iniziando a trasformarmi. Un giorno, quando andai a trovarlo, capì solo dal mio sguardo che mi ero separata, che avevo cambiato vita. Ed era così, ero rinata.»
Mercedes accennò un sorriso sul volto, sorseggiando un po’ del suo mate.
«Quindi fu Mariano a insegnarti la magia?» chiesi a Mercedes, mentre lentamente riappoggiava il mate sul tavolo.
«Lui mi insegnò le rune e la wicca, cioè la spiritualità naturale, simile per certi versi alla cosmovisione andina. Mi aiutò a riconoscere la mia divinità interiore, quella che tutti abbiamo, fondamentale per poter aiutare se stessi e quindi gli altri. Però, quando iniziai a imparare la wicca con lui, non fu dopo la separazione, fu più avanti, dopo un altro fatto particolarmente significativo e sconvolgente della mia vita.»
«Che ti successe?» le domandai senza timore di essere indiscreto, vista la disponibilità che Mercedes dimostrava.                                                 «Un po’ di tempo dopo la separazione, trovai un nuovo compagno, Fernando, e rimasi incinta. Purtroppo però, mia figlia morì alla nascita. Io, entrando in coma, non riuscii a vederla viva nemmeno un secondo.»
Gli occhi di Mercedes diventarono improvvisamente lucidi. Rimasi ad ascoltarla immobile, in silenzio. L’emozione di Mercedes, per quanto visibile nel tremolio umido del suo sguardo, era ammorbidita dal tono della sua voce, che continuava ad essere straordinariamente calmo.
«Quando mi risvegliai dal coma, oltre a prendere coscienza della morte di mia figlia, i medici mi dissero che mi avevano dovuto togliere l’utero. Perdere una figlia è già un dolore inimmaginabile, e la consapevolezza di non poter più avere figli contribuì a darmi il colpo di grazia. Avevo già avuto due splendidi figli col mio ex marito, ma avrei desiderato tanto poter vivere una nuova maternità con Fernando accanto. Questo però non sarebbe più stato possibile.»
Mercedes fece una pausa. Sorseggiò nuovamente il suo mate. Continuò a raccontare.
«Nei giorni successivi al mio risveglio dal coma, mentre cercavo di ritrovare un po’ di pace, mi ricordai di alcune parole che Mariano mi disse una delle ultime volte che lo avevo incontrato. Ero andata da lui poco dopo aver scoperto di aspettare una figlia da Fernando. E anche quella volta mi sbalordì, riuscendo a leggere la realtà, capendo che ero incinta. Mi disse che mia figlia mi avrebbe donato un importante seme per la mia crescita spirituale. Ancora sul letto dell’ospedale cercavo di dare un senso a quelle parole e visto quello che era successo, non riuscivo proprio a trovarlo. Una mattina però, al mio risveglio, capii il senso di quella frase. Il seme speciale che mi donò mia figlia, fu la sfida immensa di affrontare il dolore della sua perdita, e certa che tutti noi siamo governati dalla legge del karma, iniziai, piano piano, con l’aiuto del mio compagno e con quello di Mariano, a superare il fatto, a cercare di comprenderlo, pensando che mia figlia in realtà non morì, si trasformò nella mia occasione di fare un salto evolutivo.»
Le parole di Mercedes, per quanto facessero da contorno a fatti dolorosissimi, erano allo stesso tempo pacate, testimoni certamente di un’immensa solidità interiore e, pensai, di un sentimento di tenerezza dirimente, profondamente radicato in lei. Una tenerezza che probabilmente nasceva dalla sua totale comprensione e accettazione degli eventi vissuti. L’energia interiore di Mercedes non restava confinata nel suo cuore, si diffondeva anche all’esterno, generando attorno a lei un’aura di pace e accoglienza, dentro la quale mi sentivo sempre più a mio agio e dalla quale continuai a conversare serenamente.
«È bellissima questa tua forza, questo tuo modo di essere riuscita ad affrontare al meglio ciò che ti successe.» le dissi.
«Penso che in questi momenti, fortificarsi, sia l’unica possibilità di salvezza.» mi rispose.
«E in tutto quello che mi hai appena raccontato, che ruolo ebbe la wicca?»
«Fu proprio in quel periodo che iniziai a incontrare Mariano per apprendere le rune e la wicca, che non è solo magia, ma un approccio spirituale all’esistenza che mi ricordò quanto è importante affrontare la vita in armonia con i cicli della natura.»
«In che senso dici che “ti ricordò”?» le domandai.
«In quel periodo di rinascita ero di nuovo aperta a tutto e iniziai a ricordare tante cose della mia infanzia trascorsa nel campo. In particolare, ricordai che in casa, con mia madre, si respirava quotidianamente il sottile, derivato dai principi della cosmovisione andina. Venendo a vivere in città però, quel modo naturale di percepire il mondo e vivere gli eventi, lo avevo rimosso, dimenticato da qualche parte nel mio cervello. Nella città il tempo è lineare e ti chiude le finestre della mente. Nel campo invece il tempo è circolare, e le finestre della mente restano aperte al sottile. Quelle finestre, che anche a me si erano chiuse nella vita di città, si riaprirono lentamente dopo l’immenso dolore della perdita di mia figlia e grazie agli stimoli degli insegnamenti ricevuti da Mariano. Oltre ad imparare a leggere le rune e a praticare la wicca però, tornai a studiare la cosmovisione andina. Frequentai corsi di quechua e soprattutto incontrai alcune donne anziane del luogo. Donne che mi passarono le preziose conoscenze degli sciamani Q’eros.»
Avevo letto pochi giorni prima a proposito dei Q’eros, i più autentici discendenti degli Inca che, per salvarsi all’invasione spagnola, si rifugiarono per quasi cinquecento anni nelle altissime montagne peruviane, isolandosi dal mondo e riuscendo così a conservare le loro antiche conoscenze sciamaniche. Verso la metà del secolo scorso però, pensando che i tempi fossero maturi, decisero di uscire dall’isolamento e rivelare all’umanità le loro conoscenze.
«Cosa ti insegnarono quelle donne a proposito dei Q’eros?» chiesi a Mercedes.
«Mi insegnarono i loro antichi principi, relativi al munay-ki. Inoltre imparai anche a usare la misha, l’altare sciamanico andino che porto sempre con me e che uso per le mie cerimonie magiche.»
«In cosa consistono i principi del munay-ki
«Si tratta di nove riti di iniziaizione. In lingua quechua “munay”significa “Energia dell’Amore”, e i nove riti consistono in una trasmissione energetica per aumentare il livello vibrazionale di una persona, affinché possa essere sempre più libera dalle paure e più consapevole della natura della sua essenza.»
«La misha invece di cosa si tratta?»
«È un telo con alcuni oggetti di potere che rappresentano i quattro elementi. I cristalli ad esempio li uso per simboleggiare la terra, per l’acqua uso delle conchiglie, per l’aria il palo santo e per il fuoco delle candele. Oggi la misha andina è la cerimonia principale che pratico, integrata con ciò che imparai dalla wicca.»
Mercedes, nonostante le mie numerose domande, sembrava assecondare con piacere la mia curiosità di conoscere. Ciò che mi raccontava, era sempre più interessante, per cui continuai senza remore a chiedere.
«Come si svolge questa cerimonia?»
«Si tratta di un rito per favorire eventi positivi nella vita di una persona. La cerimonia si può fare con o senza l’individuo che richiede il rito. Se la persona è assente si può usare un oggetto che la rappresenti. La prima cosa che faccio dopo aver steso il telo e averci sistemato sopra gli oggetti, è chiamare l’energia con sonagli, tamburi o altre percussioni, suonando ritmicamente per favorire l’inizio della trance. Se fatta in gruppo, la cerimonia è ancora più efficace. Chiamo anche la luce del cielo affinché scenda sulla terra. Invoco solo la luce più pura e allo stesso tempo chiamo l’energia maschile e femminile, perchè dentro la cosmovisone andina, e non solo, tutta l’energia è duplice, il maschile non può funzionare senza il femminile e viceversa, ecco anche perchè quando si fanno le offerte alla Pachamama, ci sono sempre un uomo e una donna durante il rito.»
«E dopo aver invocato luce ed energie come prosegui?» le chiesi.
Inizio a shaumar l’ambiente, cioè a profumarlo col fumo del palo santo. Alcune anziane usano anche l’alcol, gettandolo sempre nelle quattro direzioni cardinali. Il fronte dell’altare deve sempre indicare il nord, che rappresenta la luce frontale. Conclusa questa parte iniziale della cerimonia, passo alla lettura del decreto.»
«Cos’è il decreto?»
«Il decreto è ciò che la persona desidera e che io, dopo aver pronunciato il mio nome, leggo all’universo, però non in forma di richiesta, in forma di affermazione. Prima di iniziare la cerimonia, scrivo la volontà della persona su un foglio di carta. Deve essere scritta in forma poetica. Io la scrivo in lingua quechua. La lingua quechua è già poesia, quindi aiuta a dare gentilezza al decreto, che manterrà comunque la sua forza affermativa. Dopo la lettura del decreto però, aggiungo sempre “se e quando l’universo vorrà”, per rispettare la volontà divina. L’universo per me è come una cucina cosmica, scegliendo i giusti ingredienti e cioè, richiamando le giuste energie, se il divino lo consente, la magia può realizzarsi.»
«Come prosegue la cerimonia dopo la lettura del decreto?»
«Dopo aver decretato prendo tre foglie di coca, le più belle. Le tengo tra le mani, davanti alla fronte, e sempre con decisione interiore, sussuro per una seconda volta il decreto, offrendo poi le foglie alla misha, insieme a petali di fiori. A questo punto, prima di chiudere la misha, si possono suonare ancora un po’ le percussioni, accendendo delle candele, oppure, si può terminare direttamente la cerimonia, piegando il telo in un modo preciso. Io prendo il bordo inferiore e lo porto al centro dicendo “la terra si unisce al cielo”, poi piego i bordi laterali dicendo “il vento si unisce all’acqua” e infine porto il bordo superiore al centro perchè “il cielo unisce tutto in un abbraccio cosmico”. E la cerimonia si conclude così. La misha piegata andrà conservata in un luogo sicuro.»
«Puoi raccontarmi di qualche cerimonia che hai condotto e che ha avuto l’esito desiderato?» le chiesi.
«Sono diverse le cerimonie che si sono concluse positivamente» mi disse, «te ne posso raccontare due abbastanza recenti. Una è relativa al mio attuale compagno. Era tempo che non trovava un lavoro fisso e lui lo desiderava. Allora feci una misha per lui, mettendo poi una candela verde sopra il telo già chiuso. Il giorno dopo la cerimonia lo chiamarono da Buenos Aires per il lavoro fisso che più desiderava. Un’altra cerimonia con esito positivo la feci per una donna incinta alla quale i medici, pochi giorni prima della nascita della figlia, le avevano detto che la piccola sarebbe nata con idrocefalia. Le dedicai tre giorni continuativi di cerimonia, nei tre giorni precedenti alla nascita. Dissi alla madre e alla sorella di contribuire spiritualmente alla cerimonia tenendo sempre accese, durante quei giorni, delle candele verdi. Al terzo giorno chiusi la cerimonia dicendo, “nel rispetto della volontà di Pia”, come si sarebbe chiamata la bambina. Dissi questo per rispettare lo spirito della bambina, la sua volontà e il suo karma. La figlia nacque senza nessun problema di salute. Sono convinta che fu fondamentale la fede smisurata della madre. Il suo credere fortemente che sarebbe stato possibile che la figlia, nonostante il parere dei medici, potesse nascere sana, fu un elemento che aiutò tantissimo il buon risultato della cerimonia.»
«Chiedi soldi per le cerimonie?»
«Generalmente no, la mia attività principale è la trattoria. Uso la magia per il piacere di donare, certa che quando si dona, in qualche modo, prima o poi si riceve sempre. E nella magia bisogna stare molto attenti a non affogare la spiritualità nell’Ego, altrimenti la magia si spegne.»

Si era fatto tardi ormai, e allora, per quella notte, decidemmo di interrompere la chiacchierata. Prima di salutarla però, le dissi che avrei voluto farmi leggere le rune da lei. Mi disse che lo avrebbe fatto, però la settimana successiva. Ci demmo quindi appuntamento dopo qualche giorno e ci salutammo. Avviandomi all’uscita del locale, fortunatamente senza saltare come un coniglio, diedi ancora uno sguardo alle maschere appese alle pareti e agli elfi nascosti qua e là. Uscii dal locale insieme a Willy, avviandomi verso il camping nella fresca notte di Humahuaca, scaldato però in qualche modo dalla scia tiepida di alcune parole di Mercedes. Arrivato al camping entrai nella tenda, e Willy, come al suo solito ormai da tempo, ci saltò dentro con un guizzo olimpionico. Mi infilai nel sacco a pelo e lui si arrotolò accanto a me. Lo accarezzai un po’, chiusi gli occhi, e tra la mia mano appoggiata sulla sua testa e la curiosità di scoprire che cosa le rune avrebbero detto di me, mi addormentai, cullato dal canto magico di alcune rane lontane.

Stefano Lioni

FINE PRIMA PARTE

*L’incontro successivo con Mercedes, contiene una significativa, intima lettura che le rune fecero di me e che in questo momento del mio viaggio non mi sento di pubblicare. Lo farò magari più avanti, quando le delicate consapevolezze a cui le rune mi portarono, avranno chissà già preso la giusta forma, nel dispiegarsi naturale degli eventi.

La leggenda della coca

Leggenda della cocaUna leggenda, come tutte le leggende, è una storia. Una storia le cui parole stanno fra loro in proporzione alchemica, secondo quell’ordine semantico che qualcuno, in qualche luogo e in qualche tempo, gli ha dato. E allora, per evitare di raccontare una leggenda profanandone l’originaria armonia, ciò che seguirà a questa mia presentazione, sarà la traduzione di una storia, adattata con cautela all’italiano, senza interruzioni, né modifiche. Sarà il racconto fluido di una leggenda letta in questi giorni di fine estate argentina. La leggenda della coca.

“Un vecchio indovino indigeno chiamato Kjana-Chuyma, al servizio dell’impero Inca nel tempio dell’Isola del Sole, era riuscito a scappare prima dell’arrivo dell’uomo bianco, portandosi con sé i tesori sacri del Gran Tempio. Deciso a impedire che che tali ricchezze cadessero nelle mani degli ambiziosi conquistatori, era riuscito, superando molte difficoltà e pericoli, a mettere momentaneamente in salvo il tesoro in un punto segreto della sponda orientale del lago Titicaca.

Da quel luogo non cessava un attimo di scrutare giornalmente tutti i sentieri e la superficie del lago, per vedere se si avvicinavano gli uomini di Pizarro.

Un giorno li vide arrivare. Sopraggiungevano proprio verso di lui. Molto rapidamente decise di compiere quello che doveva fare. Senza perdere un istante gettò tutte le ricchezze nel punto più profondo delle acque del lago. Però, quando gli spagnoli lo raggiunsero, sapendo che Kjana-Chuyma si era portato via con sé i tesori del tempio dell’isola, con l’intenzione di evitare che cadessero nelle loro mani, lo catturarono per tentare di strappargli l’ambito segreto.

Kjana-Chuyma promise a se stesso di non rispondere nemmeno con una parola a quello che i bianchi gli domandavano. Soffrì con eroica interezza le terribili torture alle quali lo sottomisero. Frustate, ferite, bruciature, tutto, tutto sopportò il vecchio indovino, senza rivelare nulla a proposito di ciò che ne aveva fatto del tesoro.

I carnefici, stanchi di tormentarlo inutilmente, lo abbandonarono in stato agonizzante e andarono per conto loro a cercare il tesoro. Quella notte, il disgraziato Kjana-Chuyma, tra la febbre della sua dolorosa agonia, sognò che il Sole, dio risplendente, appariva dietro alla montagna vicina e gli diceva:

– Figlio mio. La tua abnegazione al sacro dovere che ti sei imposto volontariamente, ossia di tutelare i miei oggetti sacri, merita una ricompensa. Dimmi ciò che desideri, che sono disposto a concedertelo.
– Oh! Dio amato – rispose il vecchio – che altro posso chiederti in quest’ora di lutto e di sconfitta, se non la redenzione della mia razza e l’annientamento degli infami invasori?
– Figlio sventurato – gli rispose il Sole – quello che tu mi chiedi è impossibile. Il mio potere non può nulla contro questi intrusi; il loro dio è più potente di me. Mi ha sottratto il dominio e per questo, anche io come voi devo fuggire, rifugiandomi nel mistero del tempo. Ma prima di andarmene per sempre, voglio concederti qualcosa che sta ancora nelle mie facoltà.
– Dio mio, – rispose il vecchio sofferente – se ormai hai così poco potere, devo pensare con somma attenzione a ciò che ti chiederò. Concedimi la vita fino a quando possa decidere cosa domandarti.
– Te la concedo, però non oltre il tempo in cui sarà trascorsa una luna. Disse il Sole, sparendo tra le nubi rosse.

La razza era irrimediabilmente vinta. I bianchi, orgogliosi e despoti, non si degnavano di considerare gli indigeni come esseri umani. Agli abitanti dell’immenso impero del Sole, senza re e senza comandanti, non restava che sopportare silenziosamente la schiavitù per molti secoli o fuggire verso regioni dove ancora non fosse arrivato il potere degli intrusi.

Uno di questi gruppi, imbarcandosi in piccole canoe di tifa, attarversò il lago e si rifugiò nella sponda orientale, dove Kjana-Chuyma stava lottando contro la morte. Gli indigeni, una volta consci di ciò che era capitato al nobile anziano, gli diedero tutte le cure possibili. Kjana-Chuyma era uno degli yatiri più amati in tutto l’impero, per questo gli indigeni circondarono il suo letto, pieno di tristezza, amareggiati per la sua morte ormai prossima.

L’anziano, al vedere intorno a sé quel gruppo di compatrioti sventurati, soffriva ancora di più e immaginava i tempi di dolore e amarezza che il futuro riservava a quegli sfortunati.

Fu in quel momento che si ricordò della promessa del gran astro. Decise quindi di chiedergli una grazia duratura, come eredità ai suoi compagni; qualcosa che non fosse né oro, né ricchezza, in modo che i bianchi ambiziosi non potessero strappargliela; una consolazione segreta ed efficace per gli innumerevoli giorni di miseria e patimenti.

Giunta la notte, pieno di ansia e con una febbre consumante, implorò al Sole affinché ascoltasse la sua ultima preghiera. Pochi istanti dopo, un impulso misterioso lo alzò dal letto e lo fece uscire dalla capanna.

Kjana-Chuyma, lasciandosi trasportare dalla forza segreta che lo dirigeva, scalò il pendio fino alla vetta del monte. Nella cima notò che lo circondava un forte chiarore che contrastava con la notte fredda e silenziosa. Improvvisamente una voce gli disse:

– Figlio mio. Ho ascoltato la tua preghiera. Vuoi lasciare ai tuoi tristi fratelli un lenitivo per i loro dolori e un conforto per le loro terribili fatiche che li protegga nel loro abbandono?
– Sì, sì. Voglio che ricevano qualcosa con cui resistere alla dolorosa schiavitù che li aspetta. Me lo concederai? È l’unica grazia che ti chiedo per loro, prima di morire.
– Bene. – rispose con dolce tristezza la voce – Guarda intorno a te. Vedi quelle piantine con le foglie verdi e ovali? Le feci crescere per te e per i tuoi fratelli. Loro realizzeranno il miracolo di addormentare sofferenze e sostenere fatiche. Saranno un talismano inestimabile per i giorni amari. Dì ai tuoi fratelli che, senza ferire i gambi, prendano le foglie e, dopo averle seccate, le mastichino. Il succo di quelle piante sarà il migliore narcotico per l’immensa sofferenza delle loro anime.

Dopo aver ricevuto altre indicazioni, il vecchio pieno di consolazione, tornò alla sua capanna quando l’aurora cominciava a illuminare la terra e ad argentare le tranquille acque del lago.

Kjana-Chuyma, sentendo che gli restavano pochi istanti di vita, riunì i suoi compatrioti e gli disse:

– Figli miei. Sto per morire, però prima voglio annunciarvi ciò che il Sole, il nostro dio, ha voluto nella sua bontà concederci attraverso me.
Salite al monte vicino. Troverete delle piantine con foglie ovali. Abbiatene cura, coltivatele con zelo. Con esse avrete alimento e consolazione.

Durante le dure fatiche a cui vi costringerà il despotismo dei vostri padroni, masticate quelle foglie e otterrete nuove forze per il lavoro.
Negli insicuri e interminabili viaggi ai quali vi obbligherà il bianco, masticate quelle foglie e il cammino si farà breve ed affrontabile.
Nel fondo delle miniere dove vi sotterrerà la disumana ambizione di coloro che vengono a rubare il tesoro delle nostre montagne, quando vi troverete sotto la minaccia delle rocce pronte a crollare su di voi, il succo di quelle foglie vi aiuterà a sopportare quella vita di oscurità e terrore.
Nei momenti in cui il vostro spirito malinconico voglia fingere un po’ di allegria, quelle foglie addormenteranno la vostra sofferenza e vi daranno l’illusione di essere felici.
Quando vorrete scoprire qualcosa del vostro destino, un pugno di quelle foglie lanciato al vento vi dirà il segreto che desidererete sapere.

E quando il bianco vorrà fare lo stesso e proverà a usare come voi queste foglie, gli succederà tutto il contrario. Il loro succo, che per voi sarà forza e vita, per i vostri padroni sarà vizio ripugnante e degenerante: mentre per voi indigeni sarà un alimento quasi spirituale, a loro causerà idiozia e pazzia.

Figli miei, non dimenticate ciò che vi dico. Coltivate quella pianta. È la preziosa eredità che vi lascio. Fate attenzione a che non si estingua, conservatela e diffondetela tra i vostri fratelli con venerazione e amore.

Queste parole gli disse il vecchio Kjana-Chuyma. Poi accostò la testa sul petto e morì.

Gli sventurati indigeni piansero inconsolabili per la morte del loro venerabile yatiri. Durante tre giorni e tre notti piansero il defunto senza separarsi dal suo letto. Poi, fu necessario pensare a dargli degna sepoltura. Per questo scelsero la cima del monte vicino. In silenziosa processione gli indigeni raggiunsero la vetta, trasportando la salma del loro yatiri. Fu seppellito in un punto circondato da quelle piantine verdi e misteriose. Proprio in quel momento si ricordarono di quanto gli aveva detto Kjana-Chuyma al morire e, prendendo ognuno un pugno di foglioline ovali, si misero a masticarle.

E quindi si realizzò la meraviglia. Ingoiando l’amaro succo, notarono che la loro sofferenza immensa, si addormentava lentamente…”

Stefano Lioni

(Leggenda tratta dal libro “Leyendas de mi tierra”, di Antonio Diaz Villamil)