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Incontro con una strega tenera

Tra fate, cristalli e conchiglie, c’è una donna qui a Humahuaca, che usa la magia. È una strega. Una strega buona però, conoscitrice degli antichi principi munay-ki, delle rune e della wicca. Lei si chiama Mercedes, ed io, forse vittima di qualche incantesimo, la incontrai due volte.

Circa una settimana fa, mentre cenavo in una trattoria del centro di Humahuaca, il cameriere con il quale stavo scambiando due chiacchiere, mi disse: «Se stai cercando sciamani, sei nel posto giusto. La proprietaria del locale è una sciamana, o meglio, una strega. Però di quelle buone». mishaE poi, indicandomi una nicchia colorata piena di oggetti e simboli, presente in una delle pareti del locale, aggiunse: «Vedi quegli elfi, quelle fate e quelle farfalle? Sono tutte cose sue».
Non avevo mai incontrato una strega, e motivato da buone sensazioni e dall’armonia di quella nicchia colorata, gli chiesi quando avrei potuto incontrarla. «A parte oggi la trovi ogni sera, dopo le dieci» mi rispose.

La sera dopo, tornai alla trattoria. Stavo per terminare un ottimo piatto andino a base di quinoa, e la strega arrivò. Senza volare su una scopa, entrò dalla porta principale. Lo stesso cameriere della sera prima me la presentò. Strinsi la mano a Mercedes, una donna argentina di circa quarant’anni, di bassa statura, leggermente robusta, dalle curve morbide e gentili, in armonia con un viso dolce e paffuto. Indossava un maglioncino viola e dei fuseaux chiari. Un ciondolo con un grosso cristallo semitrasparente le pendeva dal collo. Le dissi del mio viaggio, del mio interesse nell’incontrare sciamani, curanderi e non solo. Le chiesi se le avrebbe fatto piacere raccontarmi cosa fa una strega, quando non gestisce una trattoria. Accennando un sorriso mi disse di ritornare la sera successiva, sul tardi, avremmo potuto chiacchierare con calma.

Tornai alla trattoria la sera seguente. Stavolta mi trovavo davanti a un piatto ormai vuoto che circa due ore prima era arrivato colmo di squisite empanadas, e la strega, sempre senza scopa, entrò nuovamente nel locale. Mi salutò da lontano con un cenno della testa e un sorriso. Era circa mezzanotte, ora perfetta per incontrare una strega, pensai. Mercedes, col suo mate caldo in mano, si sedette al mio tavolo circa mezz’ora dopo il suo arrivo. Gli ultimi clienti se n’erano andati da tempo e anche il personale aveva già lasciato il locale. Willy dormiva accovacciato sotto il tavolo. Tra le poche luci rimaste accese nella trattoria, a parte qualche fata, elfi sparsi un po’ ovunque, farfalle e strane maschere alle pareti, nessun altro ci guardava. Io e la strega, seduti uno di fronte all’altro, iniziammo a conversare.

«Mercedes, prima di iniziare a parlare, puoi garantirmi che non mi trasformerai in un coniglio?» le dissi in tono scherzoso, per rompere un po’ il ghiaccio.
«Chissà, dipende da come va la chiacchierata, non te lo posso assicurare» rispose sorridendo.»
«Correrò questo rischio.»
«Se proprio lo desideri.»
«Perché ti chiamano strega?»
«Perché lo sono. Io stessa mi definisco così. Da queste parti la gente è abbastanza abituata alle streghe, ce ne sono molte.»
«E sono tutte streghe buone?» le domandai. image
«Ci sono quelle che usano la magia bianca, la magia della luce, e la usano solo nel rispetto della volontà dell’interessato che si rivolge a loro e soprattutto nel rispetto profondo della volontà divina. E poi ci sono quelle che invece invocano le energie oscure, tentando di operare contro il volere dell’universo e usano la magia senza scrupoli e spesso per scopi egoistici.»
«Tu che tipo di strega sei?»
«Io pratico solo la magia bianca.»
Mercedes aveva un tono di voce rilassante. Tutta la sua presenza in generale invitava alla tranquillità. Per questo mi sentii subito a mio agio.
«Da quando sei una strega?»
«Tutto iniziò anni fa a partire da una crisi matrimoniale che mi stava lentamente logorando. Decisi di contattare un famoso stregone della zona. Mai avrei pensato di poterlo fare, ma in quel periodo fu una delle tante cose che feci, per cercare di trovare un po’ di pace. E fortunatamente fu la scelta giusta. Lo stregone che incontrai si fa chiamare Mariano. È un uomo argentino, in parte di origini italiane e nipote di una curandera. Viaggiò molti anni in India e in Europa, poi tornò qui in Argentina e iniziò a praticare le arti magiche apprese. Il primo giorno che lo incontrai mi disse di soffiare dentro una borsetta e di toccare con le mani il suo contenuto. Poi mi disse di prendere alcuni di quegli oggetti che c’erano dentro la borsetta e rovesciarli sul tavolo. Dalla mia mano caddero delle piccole pietre con dei simboli, erano rune. Iniziò a leggermele, e senza avermi mai incontrata prima, mi parlò della crisi di coppia che stavo vivendo. Non solo, capì tante altre cose di me. Mi leggeva dentro, come fossi trasparente, e io mi lasciavo leggere. Lo incontrai un po’ di volte in quel periodo, sempre per farmi leggere le rune, e mi resi conto che stavo iniziando a trasformarmi. Un giorno, quando andai a trovarlo, capì solo dal mio sguardo che mi ero separata, che avevo cambiato vita. Ed era così, ero rinata.»
Mercedes accennò un sorriso sul volto, sorseggiando un po’ del suo mate.
«Quindi fu Mariano a insegnarti la magia?» chiesi a Mercedes, mentre lentamente riappoggiava il mate sul tavolo.
«Lui mi insegnò le rune e la wicca, cioè la spiritualità naturale, simile per certi versi alla cosmovisione andina. Mi aiutò a riconoscere la mia divinità interiore, quella che tutti abbiamo, fondamentale per poter aiutare se stessi e quindi gli altri. Però, quando iniziai a imparare la wicca con lui, non fu dopo la separazione, fu più avanti, dopo un altro fatto particolarmente significativo e sconvolgente della mia vita.»
«Che ti successe?» le domandai senza timore di essere indiscreto, vista la disponibilità che Mercedes dimostrava.                                                 «Un po’ di tempo dopo la separazione, trovai un nuovo compagno, Fernando, e rimasi incinta. Purtroppo però, mia figlia morì alla nascita. Io, entrando in coma, non riuscii a vederla viva nemmeno un secondo.»
Gli occhi di Mercedes diventarono improvvisamente lucidi. Rimasi ad ascoltarla immobile, in silenzio. L’emozione di Mercedes, per quanto visibile nel tremolio umido del suo sguardo, era ammorbidita dal tono della sua voce, che continuava ad essere straordinariamente calmo.
«Quando mi risvegliai dal coma, oltre a prendere coscienza della morte di mia figlia, i medici mi dissero che mi avevano dovuto togliere l’utero. Perdere una figlia è già un dolore inimmaginabile, e la consapevolezza di non poter più avere figli contribuì a darmi il colpo di grazia. Avevo già avuto due splendidi figli col mio ex marito, ma avrei desiderato tanto poter vivere una nuova maternità con Fernando accanto. Questo però non sarebbe più stato possibile.»
Mercedes fece una pausa. Sorseggiò nuovamente il suo mate. Continuò a raccontare.
«Nei giorni successivi al mio risveglio dal coma, mentre cercavo di ritrovare un po’ di pace, mi ricordai di alcune parole che Mariano mi disse una delle ultime volte che lo avevo incontrato. Ero andata da lui poco dopo aver scoperto di aspettare una figlia da Fernando. E anche quella volta mi sbalordì, riuscendo a leggere la realtà, capendo che ero incinta. Mi disse che mia figlia mi avrebbe donato un importante seme per la mia crescita spirituale. Ancora sul letto dell’ospedale cercavo di dare un senso a quelle parole e visto quello che era successo, non riuscivo proprio a trovarlo. Una mattina però, al mio risveglio, capii il senso di quella frase. Il seme speciale che mi donò mia figlia, fu la sfida immensa di affrontare il dolore della sua perdita, e certa che tutti noi siamo governati dalla legge del karma, iniziai, piano piano, con l’aiuto del mio compagno e con quello di Mariano, a superare il fatto, a cercare di comprenderlo, pensando che mia figlia in realtà non morì, si trasformò nella mia occasione di fare un salto evolutivo.»
Le parole di Mercedes, per quanto facessero da contorno a fatti dolorosissimi, erano allo stesso tempo pacate, testimoni certamente di un’immensa solidità interiore e, pensai, di un sentimento di tenerezza dirimente, profondamente radicato in lei. Una tenerezza che probabilmente nasceva dalla sua totale comprensione e accettazione degli eventi vissuti. L’energia interiore di Mercedes non restava confinata nel suo cuore, si diffondeva anche all’esterno, generando attorno a lei un’aura di pace e accoglienza, dentro la quale mi sentivo sempre più a mio agio e dalla quale continuai a conversare serenamente.
«È bellissima questa tua forza, questo tuo modo di essere riuscita ad affrontare al meglio ciò che ti successe.» le dissi.
«Penso che in questi momenti, fortificarsi, sia l’unica possibilità di salvezza.» mi rispose.
«E in tutto quello che mi hai appena raccontato, che ruolo ebbe la wicca?»
«Fu proprio in quel periodo che iniziai a incontrare Mariano per apprendere le rune e la wicca, che non è solo magia, ma un approccio spirituale all’esistenza che mi ricordò quanto è importante affrontare la vita in armonia con i cicli della natura.»
«In che senso dici che “ti ricordò”?» le domandai.
«In quel periodo di rinascita ero di nuovo aperta a tutto e iniziai a ricordare tante cose della mia infanzia trascorsa nel campo. In particolare, ricordai che in casa, con mia madre, si respirava quotidianamente il sottile, derivato dai principi della cosmovisione andina. Venendo a vivere in città però, quel modo naturale di percepire il mondo e vivere gli eventi, lo avevo rimosso, dimenticato da qualche parte nel mio cervello. Nella città il tempo è lineare e ti chiude le finestre della mente. Nel campo invece il tempo è circolare, e le finestre della mente restano aperte al sottile. Quelle finestre, che anche a me si erano chiuse nella vita di città, si riaprirono lentamente dopo l’immenso dolore della perdita di mia figlia e grazie agli stimoli degli insegnamenti ricevuti da Mariano. Oltre ad imparare a leggere le rune e a praticare la wicca però, tornai a studiare la cosmovisione andina. Frequentai corsi di quechua e soprattutto incontrai alcune donne anziane del luogo. Donne che mi passarono le preziose conoscenze degli sciamani Q’eros.»
Avevo letto pochi giorni prima a proposito dei Q’eros, i più autentici discendenti degli Inca che, per salvarsi all’invasione spagnola, si rifugiarono per quasi cinquecento anni nelle altissime montagne peruviane, isolandosi dal mondo e riuscendo così a conservare le loro antiche conoscenze sciamaniche. Verso la metà del secolo scorso però, pensando che i tempi fossero maturi, decisero di uscire dall’isolamento e rivelare all’umanità le loro conoscenze.
«Cosa ti insegnarono quelle donne a proposito dei Q’eros?» chiesi a Mercedes.
«Mi insegnarono i loro antichi principi, relativi al munay-ki. Inoltre imparai anche a usare la misha, l’altare sciamanico andino che porto sempre con me e che uso per le mie cerimonie magiche.»
«In cosa consistono i principi del munay-ki
«Si tratta di nove riti di iniziaizione. In lingua quechua “munay”significa “Energia dell’Amore”, e i nove riti consistono in una trasmissione energetica per aumentare il livello vibrazionale di una persona, affinché possa essere sempre più libera dalle paure e più consapevole della natura della sua essenza.»
«La misha invece di cosa si tratta?»
«È un telo con alcuni oggetti di potere che rappresentano i quattro elementi. I cristalli ad esempio li uso per simboleggiare la terra, per l’acqua uso delle conchiglie, per l’aria il palo santo e per il fuoco delle candele. Oggi la misha andina è la cerimonia principale che pratico, integrata con ciò che imparai dalla wicca.»
Mercedes, nonostante le mie numerose domande, sembrava assecondare con piacere la mia curiosità di conoscere. Ciò che mi raccontava, era sempre più interessante, per cui continuai senza remore a chiedere.
«Come si svolge questa cerimonia?»
«Si tratta di un rito per favorire eventi positivi nella vita di una persona. La cerimonia si può fare con o senza l’individuo che richiede il rito. Se la persona è assente si può usare un oggetto che la rappresenti. La prima cosa che faccio dopo aver steso il telo e averci sistemato sopra gli oggetti, è chiamare l’energia con sonagli, tamburi o altre percussioni, suonando ritmicamente per favorire l’inizio della trance. Se fatta in gruppo, la cerimonia è ancora più efficace. Chiamo anche la luce del cielo affinché scenda sulla terra. Invoco solo la luce più pura e allo stesso tempo chiamo l’energia maschile e femminile, perchè dentro la cosmovisone andina, e non solo, tutta l’energia è duplice, il maschile non può funzionare senza il femminile e viceversa, ecco anche perchè quando si fanno le offerte alla Pachamama, ci sono sempre un uomo e una donna durante il rito.»
«E dopo aver invocato luce ed energie come prosegui?» le chiesi.
Inizio a shaumar l’ambiente, cioè a profumarlo col fumo del palo santo. Alcune anziane usano anche l’alcol, gettandolo sempre nelle quattro direzioni cardinali. Il fronte dell’altare deve sempre indicare il nord, che rappresenta la luce frontale. Conclusa questa parte iniziale della cerimonia, passo alla lettura del decreto.»
«Cos’è il decreto?»
«Il decreto è ciò che la persona desidera e che io, dopo aver pronunciato il mio nome, leggo all’universo, però non in forma di richiesta, in forma di affermazione. Prima di iniziare la cerimonia, scrivo la volontà della persona su un foglio di carta. Deve essere scritta in forma poetica. Io la scrivo in lingua quechua. La lingua quechua è già poesia, quindi aiuta a dare gentilezza al decreto, che manterrà comunque la sua forza affermativa. Dopo la lettura del decreto però, aggiungo sempre “se e quando l’universo vorrà”, per rispettare la volontà divina. L’universo per me è come una cucina cosmica, scegliendo i giusti ingredienti e cioè, richiamando le giuste energie, se il divino lo consente, la magia può realizzarsi.»
«Come prosegue la cerimonia dopo la lettura del decreto?»
«Dopo aver decretato prendo tre foglie di coca, le più belle. Le tengo tra le mani, davanti alla fronte, e sempre con decisione interiore, sussuro per una seconda volta il decreto, offrendo poi le foglie alla misha, insieme a petali di fiori. A questo punto, prima di chiudere la misha, si possono suonare ancora un po’ le percussioni, accendendo delle candele, oppure, si può terminare direttamente la cerimonia, piegando il telo in un modo preciso. Io prendo il bordo inferiore e lo porto al centro dicendo “la terra si unisce al cielo”, poi piego i bordi laterali dicendo “il vento si unisce all’acqua” e infine porto il bordo superiore al centro perchè “il cielo unisce tutto in un abbraccio cosmico”. E la cerimonia si conclude così. La misha piegata andrà conservata in un luogo sicuro.»
«Puoi raccontarmi di qualche cerimonia che hai condotto e che ha avuto l’esito desiderato?» le chiesi.
«Sono diverse le cerimonie che si sono concluse positivamente» mi disse, «te ne posso raccontare due abbastanza recenti. Una è relativa al mio attuale compagno. Era tempo che non trovava un lavoro fisso e lui lo desiderava. Allora feci una misha per lui, mettendo poi una candela verde sopra il telo già chiuso. Il giorno dopo la cerimonia lo chiamarono da Buenos Aires per il lavoro fisso che più desiderava. Un’altra cerimonia con esito positivo la feci per una donna incinta alla quale i medici, pochi giorni prima della nascita della figlia, le avevano detto che la piccola sarebbe nata con idrocefalia. Le dedicai tre giorni continuativi di cerimonia, nei tre giorni precedenti alla nascita. Dissi alla madre e alla sorella di contribuire spiritualmente alla cerimonia tenendo sempre accese, durante quei giorni, delle candele verdi. Al terzo giorno chiusi la cerimonia dicendo, “nel rispetto della volontà di Pia”, come si sarebbe chiamata la bambina. Dissi questo per rispettare lo spirito della bambina, la sua volontà e il suo karma. La figlia nacque senza nessun problema di salute. Sono convinta che fu fondamentale la fede smisurata della madre. Il suo credere fortemente che sarebbe stato possibile che la figlia, nonostante il parere dei medici, potesse nascere sana, fu un elemento che aiutò tantissimo il buon risultato della cerimonia.»
«Chiedi soldi per le cerimonie?»
«Generalmente no, la mia attività principale è la trattoria. Uso la magia per il piacere di donare, certa che quando si dona, in qualche modo, prima o poi si riceve sempre. E nella magia bisogna stare molto attenti a non affogare la spiritualità nell’Ego, altrimenti la magia si spegne.»

Si era fatto tardi ormai, e allora, per quella notte, decidemmo di interrompere la chiacchierata. Prima di salutarla però, le dissi che avrei voluto farmi leggere le rune da lei. Mi disse che lo avrebbe fatto, però la settimana successiva. Ci demmo quindi appuntamento dopo qualche giorno e ci salutammo. Avviandomi all’uscita del locale, fortunatamente senza saltare come un coniglio, diedi ancora uno sguardo alle maschere appese alle pareti e agli elfi nascosti qua e là. Uscii dal locale insieme a Willy, avviandomi verso il camping nella fresca notte di Humahuaca, scaldato però in qualche modo dalla scia tiepida di alcune parole di Mercedes. Arrivato al camping entrai nella tenda, e Willy, come al suo solito ormai da tempo, ci saltò dentro con un guizzo olimpionico. Mi infilai nel sacco a pelo e lui si arrotolò accanto a me. Lo accarezzai un po’, chiusi gli occhi, e tra la mia mano appoggiata sulla sua testa e la curiosità di scoprire che cosa le rune avrebbero detto di me, mi addormentai, cullato dal canto magico di alcune rane lontane.

Stefano Lioni

FINE PRIMA PARTE

*L’incontro successivo con Mercedes, contiene una significativa, intima lettura che le rune fecero di me e che in questo momento del mio viaggio non mi sento di pubblicare. Lo farò magari più avanti, quando le delicate consapevolezze a cui le rune mi portarono, avranno chissà già preso la giusta forma, nel dispiegarsi naturale degli eventi.