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Il ritorno dell’Inka

Dopo una forte chiamata interiore, Elizabeth B. Jenkins lascia il suo dottorato di ricerca, il suo fidanzato, vende tutto e va a vivere in Perù. Lì incontra un maestro, Juan Nuñez del Prado, e inizia il suo viaggio di iniziazione e scoperta che la porterà ad approfondire la conoscenza di se stessa attraverso la tradizione spirituale andina.

La storia della Jenkins mi ha accompagnato in questi giorni di cammino, attraverso la lettura del suo stesso libro “Il ritorno dell’Inka”, libro che l’autrice scrisse al termine di un percorso spirituale in Perù. Forse, più di qualsiasi altra cosa, nelle Ande stavo imparando che la spiritualità e il gioco vanno insieme. Per la gente andina, gli atti più religiosi non erano questioni serie e nemmeno cupe, erano celebrazioni di allegria, scrive la Jenkins quando commenta in particolare il lato ludico degli ukukus, una sorta di pagliacci sacri che controllano e animano il pellegrinaggio della Festa di Q’ollorit’i. E tale festa, spiega invece il maestro della Jenkins, è collegata alla costellazione delle pleiadi, le quali possiedono una grande importanza esoterica ed energetica. Per i maestri andini, esse rappresentano i sette livelli di sviluppo psichico. Durante la Festa del Santuario di Q’ollorit’i, le pleiadi fungono da unificatrici di campi energetici. Negli ultimi anni, il numero di pellegrini al Santuario è aumentato in maniera incredibile. Sempre di più sono le persone attratte da quel posto. È possibile che non lo sappiano, però ci vanno perché stanno attendendo un eletto, un maestro di settimo livello ancora non rivelato.

Visiterò il Perù una volta terminato il cammino in Argentina, che al momento sento prioritario, ma libri come questo non fanno che amplificare il mio desiderio di visitare questa terra ricca di cultura sciamanica, una terra nella quale, sempre secondo le parole del maestro della Jenkins, si crede che al momento del concepimento, nel nuovo individuo si uniscono tre poteri differenti: il potere della materia, il potere dell’anima individuale e il potere eterno dello spirito. Poteri che si concentrano nella fronte, in un punto che si chiude crescendo ma che da piccoli è ancora molto aperto e dal quale entra molta “energia viva” o “luce bianca” (sembra riferirsi alla zona del terzo occhio induista). Nell’opera della Jenkins, nel capitolo “Il tempio della morte”, Juan Nuñez del Prado effettua un rituale di riapertura di tale porta cosmica attraverso l’utilizzo di alcune pietre speciali.

Il libro, che riporta anche il significato delle profezie andine dei cicli cambiamento ed evoluzione, parlando ad esempio dell’era del Taripay Pacha, ossia dell’era di “incontrarsi nuovamente con se stessi”, è davvero pieno di passi interessanti capaci di aiutare a decifrare con maggior chiarezza lo sviluppo della coscienza collettiva umana e allo stesso tempo offrire spunti di riflessione utili a comprendere meglio la tradizione spirituale andina, la quale, come scrive la Jenkins, sviluppò un modo molto differente da quello occidentale di vedere, interpretare e lavorare con il sistema energetico umano.

Stefano Lioni

(Foto principale: hatunkarpay.org)

L’eco ancestrale dei petroglifi di Yavi

CondorIn un luogo dove il tempo si è fermato nella pietra e dove storie e stelle furono rapite dalle rocce, è possibile fare un salto nel passato di migliaia di anni. Un passato in cui preziose conoscenze, vennero incise con saggezza e precisione su pagine di pietra scaldate dal sole, accarezzate dal vento e lette ancora oggi dal cielo. Sono le meravigliose pagine dei petroglifi della Laguna Colorada di Yavi, in Argentina. Pagine scritte da un popolo indigeno antichissimo, misterioso, di origine incerta, probabilmente appartenente alla Cultura Chichas. Durante la mia visita al sito, provai a leggerle quelle pagine, accompagnato dalle guide esperte del Gruppo d’Investigazione Kuntur, un’associazione culturale locale molto preparata e profondamente legata alla tradizione andina, che studiò e decifrò gli oltre 2000 petroglifi presenti nella zona, pubblicando anche un libretto illustrativo riportante le interpretazioni di almeno 100 di questi numerosi petroglifi.

Prima di accedere al luogo sacro della Laguna, situato nella parte orientale della puna argentina, invitato dalle guide del Gruppo Kuntur, partecipai a un rituale andino di benvenuto, senza il quale, l’ingresso sarebbe stato differente.  Durante la cerimonia, mi raccontarono che alcune persone, entrate nel luogo sacro senza aver effettuato un rituale d’ingresso, non furono in grado di trovare i petroglifi. Dopo aver chiesto il permesso alla Pachamama e agli spiriti del luogo, con fumo di palo santo, incenso e foglie di coca, scesi quindi con la giusta apertura nella zona sacra dei petroglifi, tra gli “Otto Fratelli”, un cordone di otto monti di aspetto piramidale, che delimita un lato della Laguna sacra. Lì, già dai primi passi, mi sembrò di entrare in un’altra dimensione. Lasciandomi guidare dalle energie benefiche del posto e dalle descrizioni del Gruppo Kuntur, partii per un viaggio nel tempo, che almeno in parte, cercherò di far rivivere qui di seguito, attraverso le foto dei petroglifi principali che scattai, accompagnate dalle brevi ma dettagliate descrizioni raccontatemi dalle guide e in parte presenti nel libretto illustrativo pubblicato dall’associazione stessa. Libretto, che nella sua introduzione, accoglie così…

“Scendi in silenzio, pellegrino.
Qui, le pietre dimenticate.
Parlano con la voce dei secoli.
Scendi in silenzio, e invece del piede, mettici l’anima in ogni passo.
Perché dovrai camminare su terra sacra.”

I SERPENTI

Il Serprente o Amaru è un animale considerato sacro nel mondo andino, in quanto è l’animale che ha acquisito tutta la saggezza della Madre Terra o Pachamama e la gestione delle differenti energie terrestri. La biforcazione della sua lingua rappresenta la dualità. È il primo gradino fondamentale nella ascensione spirituale (Serpente, Puma, Condor, Colibrì). Questa è la ragione per cui è un animale molto rappresentato. Una volta convertito in puma, l’unione serpente-puma simboleggia il raggiungimento della saggezza e della forza. I colonizzatori europei, una volta giunti nel territorio sacro della Laguna Colorada, interrarono gran parte degli oggetti e simboli sacri indigeni attraverso atti di esorcismo, in quanto li consideravano oggetti satanici. Questi fatti restano tutt’oggi nell’inconscio collettivo, gran parte della gente del posto ha ancora timore di dedicarsi al culto solare dell’ Amaru o Serpente Sacro.

ENERGIA POSITIVA E NEGATIVA TRA SPIRALI

L’energia positiva e negativa ascendente e discendente, opposti e complementari, siamo Energia all’inizio e dopo Materia. È necessario che due o più energie trascendentali si incontrino per far si che esista uno dei quattro elementi della Natura, il Fuoco. Queste due energie confluiscono in forma di fulmine o lampo (Inti Illapa).

LA SPIRALE DOPPIA

Simbolo della Dualità, nella esistenza simultanea di due cose della stessa specie, attraverso la quale si manifestano gli opposti e complementari, dove uno non esiste senza l’altro (Sopra-Sotto, Maschio-Femmina, Positivo-Negativo). Nel sistema umano e altri sistemi naturali, affinché si produca una nuova vita o nuovo essere, si complementano il maschile e il femminile.

IL CONDOR MASCHIO

Il Condor Maschio è il messaggero del Sole. Nella spiritualità andina lo si denomina “Il Gran Apuchin” (Signor Condor, Nonno Condor). Il “Willajumu”, l’ Uomo Condor, è colui che possiede una maggiore elevazione spirituale. In questa linea di evoluzione il Condor si trova nel penultimo gradino prima di arrivare al Sole. Nell’ultimo si trova il Colibrì, che ha la capacità di entrare nel Sole. Nel sito archeologico della Laguna Colorada non compare la rappresentazione del Colibrì, a seguito delle profanazioni che il luogo ha subito nel tempo.

IL PUMA E LA CROCE DEL SUD

Il Puma, nel cammino della evoluzione ascendente spirituale, possiede la forza necessaria per compiere il salto dal serpente al Condor. Si possono incontrare anche rappresentazioni di Uomo-Puma, (ChacaPuma, ossia l’uomo che ha già acquisito la forza spirituale del Puma). Il Fuoco Sacro è anch’esso rappresentato attraverso questo felino.

La Croce del Sud o Croce Andina, sempre visibile nel cielo. Si costituì nell’ “Ordinatore delle Dimensioni” di spazio-tempo, permettendo l’ubicazione geografica. La sua invariabilità generò il sistema di calcoli astronomici e matematici dei sistemi andini. Dal gruppo di stelle della Croce del Sud, si estrae il valore proporzionale costante “Pi grego”, utilizzato da differenti culture arcaiche.

IL QUADRO DELLA GENESI DEL MONDO
Nella parte sinistra della Genesi (non visibile in queste foto), compare una sorta di involucro chiuso, con due riccioli superiori. Lo stesso involucro, pochi metri a destra si trova inciso in forma aperta. Dall’involucro cadono un uomo e un lama (foto laterali), l’uomo lo si può notare a testa in giù, come se “cadesse dal cielo”. Altri simboli compongono il Quadro della Genesi, una stella nel lato sinistro, alcuni lama e, sulla parte destra, un cerchio con dentro una sorta di “embrione”.

IL MUSICISTA

La musica andina era molto legata alla spiritualità e veniva utilizzata in alcune cerimonie per raggiungere altri stati di coscienza e realtà (trance). Nel pertoglifo della foto, il “Runa” suona uno strumento musicale aerofono chiamato “Erke”.

FULMINE CHE COLPISCE UOMO
Il petroglifo rappresenta un insieme di quattro fulmini. Il fulmine laterale destro, in basso colpisce un uomo dalla testa allungata. È la “Morte Iniziatica” per mezzo di un fulmine e si compone di tre fasi: Distruzione, Ricostruzione e Trasferimento di Poteri. Rappresenta la nascita di un “HampiRuna”, un Uomo di Medicina, essere che possiede il potere del fulmine o IntiIllapa (lampo). Questo potere lo guida nelle pratiche medicinali tipiche dei curanderi.

HAMPIRUNA, UOMO DI MEDICINA

Conosce il delicato equilibrio tra la psicologia e il corpo fisico, essendo uno dei segreti ben custoditi dai saggi andini. Nel mondo andino non si conoscono ospedali, centri neuropsichiatrici e tantomeno case per anziani. La medicina formava parte di una pratica elevata in coscienza. La Salute non era negoziabile.

 

 

LA RIUNIONE DEI SAGGI

In uno dei luoghi delle riunioni dei saggi andini, è possibile trovare dei petroglifi che rappresentano diverse tipologie di uomini spirituali. Il primo, rappresentato sulla sinistra, è il Willka Runa, cioè colui che ha raggiunto un elevato livello di coscienza nella spiritualità andina, superando tutti i gradini della evoluzione della coscienza solare (Serpente, Puma, Condor, Colibrì). I raggi sulla sua testa rimandano alla “luce del sole”.  Il passo successivo della sua evoluzione è la trasformazione del corpo fisico in energia. Nella cultura andina, siamo “figli del Sole” e dobbiamo tornare al Sole. Il secondo uomo rappresentato è il Chaca Puma, l’Uomo Puma, rappresenta il processo dell’uomo “divorato” dal fuoco sacro. Sostiene un’asta che simboleggia la conoscenza dei quattro elementi della Natura (Terra, Acqua, Aria, Fuoco). L’asta rappresenta anche la colonna vertebrale dell’essere umano. Il fuoco sacro, passando lungo la colonna, risveglia differenti poteri.

LA VISIONE
I quattro petroglifi in basso, ben diversi dai lama della parte superiore, rappresentano quattro cavalli con cavalieri e stendardi. I petroglifi sono considerati di età precedente alla colonizzazione spagnola. In quelle zone il cavallo non esisteva, fu portato dai colonizzatori, per cui questa serie di petroglifi viene interpretata come una visione di ciò che sarebbe accaduto, ossia, “cavalieri a cavallo con croci sugli stendardi sarebbero arrivati da lontano”. Al tempo, era molto comune praticare l’arte della visione, soprattutto alcune donne avevano questo ruolo, in quanto considerate capaci di muoversi più facilmente nelle dimensioni sottili. Molti dei cambiamenti che avvenivano, erano letti in anticipo grazie all’attenta lettura delle stelle e dei loro relativi movimenti.

L’OSSERVATORIO ASTRONOMICO

Gli antichi astronomi andini possedevano un avanzato grado di conoscenza dei movimenti astronomici e della relativa incidenza di questi movimenti sull’umanità. Di notte, utilizzavano grandi piscine o specchi d’acqua, nei quali far riflettere la volta celeste, portando così “il cielo in terra”, ed effettuando osservazioni astronomiche. Realizzavano cerimonie notturne e da queste osservazioni si svilupparono i differenti calendari astronomici e tecnche di previsione dei cambi energetici vibrazionali dell’Universo dell’Umanità. La stella Sirio, ad esempio, presente in alcuni petroglifi, è relazionata al Grande Occhio delle cerimonie notturne che realizzavano i saggi andini, in connessione con le energie che irradiano le differenti stelle. Anche le tipiche costellazioni dello Zodiaco sono rappresentate sulle rocce della Laguna Colorada. Nella foto laterale si può notare la rappresentazione della costellazione del Toro (in basso) e della Vergine (in alto).

Sono diversi i petroglifi che non siamo riusciti a vedere quella giornata alla Laguna, essendo il sito veramente vasto. Tra quelli che non sono riuscito quindi a fotografare, ce ne sarebbe uno, mi ha assicurato una delle guide, che sembrerebbe rappresentare una sorta di “disco volante”. Il simbolo riportato qui di seguito invece, “le tre spirali”, molto famoso nella zona, fa parte della serie di petroglifi descritti nel libretto illustrativo del Gruppo Kuntur.

LE TRE SPIRALI
Il simbolo della Unione delle dimensioni del Tempo (passato, presente e futuro). Secondo i saggi andini, attualmente tutto il sistema galattico è entrato nel cambio di vibrazione della sua evoluzione. La Galassia si trova nella quinta vibrazione cosmica e l’umanità nella quarta vibrazione cosmica. Questo simbolo, rappresenta anche la congiunzione dei quattro elementi della Natura e i tre stati dell’Essere Umano, Mente-Corpo-Spirito.

 

Un altro posto magico del luogo è una sorta di nido di pietra, nel quale si entra attraverso una bassa e stretta apertura. Questa stanza-nido, mi raccontò una delle guide, era riservata agli incontri dei grandi saggi, i quali si scambiavano segreti, conoscenze, visioni. Una delle “pareti” del nido è formata da due rocce piatte, con una fessura in centro, di circa 2 metri d’altezza e 50 cm di larghezza. Mi infilai nella fessura, leggermente inclinata, e appoggiai interamente il mio corpo, così come avevano fatto poco prima alcuni componenti del gruppo. Chiusi gli occhi e restai lì un po’, ricevendo gli stimoli energetici di quelle sacre e antichissime rocce. Provai un’intensa sensazione di rilassamento, e forse, proprio per questa caratteristica, quel luogo era utilizzato dai saggi andini per le loro riunioni, perché era un luogo nel quale pace e serenità erano (e sono) naturalmente favorite.

In questi giorni, essendo ospite di uno dei componenti del Gruppo Kuntur, ho avuto modo di parlare molto della Laguna Colorada e delle storie del luogo, alcune davvero particolari, registrate addirittura negli archivi della gendarmeria locale e che parlano di inspiegabili movimenti di luci avvistate nella notte, proprio tra le rocce dei petroglifi. Durante le notti di equinozio e solstizio molte persone si ritrovano lì nella Laguna, per effettuare cerimonie aspettando il sorgere del sole.

Incontrare il Gruppo Kuntur fu fondamentale per leggere al meglio i messaggi dei petroglifi di Yavi e con piacere ho accettato di tradurre in italiano il loro libretto, contenente le interpretazioni di molti altri simboli del sito, e se tutto va come spero, con il loro consenso, riuscirò anche a regalarlo sul Blog.

Stefano Lioni

La leggenda della coca

Leggenda della cocaUna leggenda, come tutte le leggende, è una storia. Una storia le cui parole stanno fra loro in proporzione alchemica, secondo quell’ordine semantico che qualcuno, in qualche luogo e in qualche tempo, gli ha dato. E allora, per evitare di raccontare una leggenda profanandone l’originaria armonia, ciò che seguirà a questa mia presentazione, sarà la traduzione di una storia, adattata con cautela all’italiano, senza interruzioni, né modifiche. Sarà il racconto fluido di una leggenda letta in questi giorni di fine estate argentina. La leggenda della coca.

“Un vecchio indovino indigeno chiamato Kjana-Chuyma, al servizio dell’impero Inca nel tempio dell’Isola del Sole, era riuscito a scappare prima dell’arrivo dell’uomo bianco, portandosi con sé i tesori sacri del Gran Tempio. Deciso a impedire che che tali ricchezze cadessero nelle mani degli ambiziosi conquistatori, era riuscito, superando molte difficoltà e pericoli, a mettere momentaneamente in salvo il tesoro in un punto segreto della sponda orientale del lago Titicaca.

Da quel luogo non cessava un attimo di scrutare giornalmente tutti i sentieri e la superficie del lago, per vedere se si avvicinavano gli uomini di Pizarro.

Un giorno li vide arrivare. Sopraggiungevano proprio verso di lui. Molto rapidamente decise di compiere quello che doveva fare. Senza perdere un istante gettò tutte le ricchezze nel punto più profondo delle acque del lago. Però, quando gli spagnoli lo raggiunsero, sapendo che Kjana-Chuyma si era portato via con sé i tesori del tempio dell’isola, con l’intenzione di evitare che cadessero nelle loro mani, lo catturarono per tentare di strappargli l’ambito segreto.

Kjana-Chuyma promise a se stesso di non rispondere nemmeno con una parola a quello che i bianchi gli domandavano. Soffrì con eroica interezza le terribili torture alle quali lo sottomisero. Frustate, ferite, bruciature, tutto, tutto sopportò il vecchio indovino, senza rivelare nulla a proposito di ciò che ne aveva fatto del tesoro.

I carnefici, stanchi di tormentarlo inutilmente, lo abbandonarono in stato agonizzante e andarono per conto loro a cercare il tesoro. Quella notte, il disgraziato Kjana-Chuyma, tra la febbre della sua dolorosa agonia, sognò che il Sole, dio risplendente, appariva dietro alla montagna vicina e gli diceva:

– Figlio mio. La tua abnegazione al sacro dovere che ti sei imposto volontariamente, ossia di tutelare i miei oggetti sacri, merita una ricompensa. Dimmi ciò che desideri, che sono disposto a concedertelo.
– Oh! Dio amato – rispose il vecchio – che altro posso chiederti in quest’ora di lutto e di sconfitta, se non la redenzione della mia razza e l’annientamento degli infami invasori?
– Figlio sventurato – gli rispose il Sole – quello che tu mi chiedi è impossibile. Il mio potere non può nulla contro questi intrusi; il loro dio è più potente di me. Mi ha sottratto il dominio e per questo, anche io come voi devo fuggire, rifugiandomi nel mistero del tempo. Ma prima di andarmene per sempre, voglio concederti qualcosa che sta ancora nelle mie facoltà.
– Dio mio, – rispose il vecchio sofferente – se ormai hai così poco potere, devo pensare con somma attenzione a ciò che ti chiederò. Concedimi la vita fino a quando possa decidere cosa domandarti.
– Te la concedo, però non oltre il tempo in cui sarà trascorsa una luna. Disse il Sole, sparendo tra le nubi rosse.

La razza era irrimediabilmente vinta. I bianchi, orgogliosi e despoti, non si degnavano di considerare gli indigeni come esseri umani. Agli abitanti dell’immenso impero del Sole, senza re e senza comandanti, non restava che sopportare silenziosamente la schiavitù per molti secoli o fuggire verso regioni dove ancora non fosse arrivato il potere degli intrusi.

Uno di questi gruppi, imbarcandosi in piccole canoe di tifa, attarversò il lago e si rifugiò nella sponda orientale, dove Kjana-Chuyma stava lottando contro la morte. Gli indigeni, una volta consci di ciò che era capitato al nobile anziano, gli diedero tutte le cure possibili. Kjana-Chuyma era uno degli yatiri più amati in tutto l’impero, per questo gli indigeni circondarono il suo letto, pieno di tristezza, amareggiati per la sua morte ormai prossima.

L’anziano, al vedere intorno a sé quel gruppo di compatrioti sventurati, soffriva ancora di più e immaginava i tempi di dolore e amarezza che il futuro riservava a quegli sfortunati.

Fu in quel momento che si ricordò della promessa del gran astro. Decise quindi di chiedergli una grazia duratura, come eredità ai suoi compagni; qualcosa che non fosse né oro, né ricchezza, in modo che i bianchi ambiziosi non potessero strappargliela; una consolazione segreta ed efficace per gli innumerevoli giorni di miseria e patimenti.

Giunta la notte, pieno di ansia e con una febbre consumante, implorò al Sole affinché ascoltasse la sua ultima preghiera. Pochi istanti dopo, un impulso misterioso lo alzò dal letto e lo fece uscire dalla capanna.

Kjana-Chuyma, lasciandosi trasportare dalla forza segreta che lo dirigeva, scalò il pendio fino alla vetta del monte. Nella cima notò che lo circondava un forte chiarore che contrastava con la notte fredda e silenziosa. Improvvisamente una voce gli disse:

– Figlio mio. Ho ascoltato la tua preghiera. Vuoi lasciare ai tuoi tristi fratelli un lenitivo per i loro dolori e un conforto per le loro terribili fatiche che li protegga nel loro abbandono?
– Sì, sì. Voglio che ricevano qualcosa con cui resistere alla dolorosa schiavitù che li aspetta. Me lo concederai? È l’unica grazia che ti chiedo per loro, prima di morire.
– Bene. – rispose con dolce tristezza la voce – Guarda intorno a te. Vedi quelle piantine con le foglie verdi e ovali? Le feci crescere per te e per i tuoi fratelli. Loro realizzeranno il miracolo di addormentare sofferenze e sostenere fatiche. Saranno un talismano inestimabile per i giorni amari. Dì ai tuoi fratelli che, senza ferire i gambi, prendano le foglie e, dopo averle seccate, le mastichino. Il succo di quelle piante sarà il migliore narcotico per l’immensa sofferenza delle loro anime.

Dopo aver ricevuto altre indicazioni, il vecchio pieno di consolazione, tornò alla sua capanna quando l’aurora cominciava a illuminare la terra e ad argentare le tranquille acque del lago.

Kjana-Chuyma, sentendo che gli restavano pochi istanti di vita, riunì i suoi compatrioti e gli disse:

– Figli miei. Sto per morire, però prima voglio annunciarvi ciò che il Sole, il nostro dio, ha voluto nella sua bontà concederci attraverso me.
Salite al monte vicino. Troverete delle piantine con foglie ovali. Abbiatene cura, coltivatele con zelo. Con esse avrete alimento e consolazione.

Durante le dure fatiche a cui vi costringerà il despotismo dei vostri padroni, masticate quelle foglie e otterrete nuove forze per il lavoro.
Negli insicuri e interminabili viaggi ai quali vi obbligherà il bianco, masticate quelle foglie e il cammino si farà breve ed affrontabile.
Nel fondo delle miniere dove vi sotterrerà la disumana ambizione di coloro che vengono a rubare il tesoro delle nostre montagne, quando vi troverete sotto la minaccia delle rocce pronte a crollare su di voi, il succo di quelle foglie vi aiuterà a sopportare quella vita di oscurità e terrore.
Nei momenti in cui il vostro spirito malinconico voglia fingere un po’ di allegria, quelle foglie addormenteranno la vostra sofferenza e vi daranno l’illusione di essere felici.
Quando vorrete scoprire qualcosa del vostro destino, un pugno di quelle foglie lanciato al vento vi dirà il segreto che desidererete sapere.

E quando il bianco vorrà fare lo stesso e proverà a usare come voi queste foglie, gli succederà tutto il contrario. Il loro succo, che per voi sarà forza e vita, per i vostri padroni sarà vizio ripugnante e degenerante: mentre per voi indigeni sarà un alimento quasi spirituale, a loro causerà idiozia e pazzia.

Figli miei, non dimenticate ciò che vi dico. Coltivate quella pianta. È la preziosa eredità che vi lascio. Fate attenzione a che non si estingua, conservatela e diffondetela tra i vostri fratelli con venerazione e amore.

Queste parole gli disse il vecchio Kjana-Chuyma. Poi accostò la testa sul petto e morì.

Gli sventurati indigeni piansero inconsolabili per la morte del loro venerabile yatiri. Durante tre giorni e tre notti piansero il defunto senza separarsi dal suo letto. Poi, fu necessario pensare a dargli degna sepoltura. Per questo scelsero la cima del monte vicino. In silenziosa processione gli indigeni raggiunsero la vetta, trasportando la salma del loro yatiri. Fu seppellito in un punto circondato da quelle piantine verdi e misteriose. Proprio in quel momento si ricordarono di quanto gli aveva detto Kjana-Chuyma al morire e, prendendo ognuno un pugno di foglioline ovali, si misero a masticarle.

E quindi si realizzò la meraviglia. Ingoiando l’amaro succo, notarono che la loro sofferenza immensa, si addormentava lentamente…”

Stefano Lioni

(Leggenda tratta dal libro “Leyendas de mi tierra”, di Antonio Diaz Villamil)