La leggenda della coca

Leggenda della cocaUna leggenda, come tutte le leggende, è una storia. Una storia le cui parole stanno fra loro in proporzione alchemica, secondo quell’ordine semantico che qualcuno, in qualche luogo e in qualche tempo, gli ha dato. E allora, per evitare di raccontare una leggenda profanandone l’originaria armonia, ciò che seguirà a questa mia presentazione, sarà la traduzione di una storia, adattata con cautela all’italiano, senza interruzioni, né modifiche. Sarà il racconto fluido di una leggenda letta in questi giorni di fine estate argentina. La leggenda della coca.

“Un vecchio indovino indigeno chiamato Kjana-Chuyma, al servizio dell’impero Inca nel tempio dell’Isola del Sole, era riuscito a scappare prima dell’arrivo dell’uomo bianco, portandosi con sé i tesori sacri del Gran Tempio. Deciso a impedire che che tali ricchezze cadessero nelle mani degli ambiziosi conquistatori, era riuscito, superando molte difficoltà e pericoli, a mettere momentaneamente in salvo il tesoro in un punto segreto della sponda orientale del lago Titicaca.

Da quel luogo non cessava un attimo di scrutare giornalmente tutti i sentieri e la superficie del lago, per vedere se si avvicinavano gli uomini di Pizarro.

Un giorno li vide arrivare. Sopraggiungevano proprio verso di lui. Molto rapidamente decise di compiere quello che doveva fare. Senza perdere un istante gettò tutte le ricchezze nel punto più profondo delle acque del lago. Però, quando gli spagnoli lo raggiunsero, sapendo che Kjana-Chuyma si era portato via con sé i tesori del tempio dell’isola, con l’intenzione di evitare che cadessero nelle loro mani, lo catturarono per tentare di strappargli l’ambito segreto.

Kjana-Chuyma promise a se stesso di non rispondere nemmeno con una parola a quello che i bianchi gli domandavano. Soffrì con eroica interezza le terribili torture alle quali lo sottomisero. Frustate, ferite, bruciature, tutto, tutto sopportò il vecchio indovino, senza rivelare nulla a proposito di ciò che ne aveva fatto del tesoro.

I carnefici, stanchi di tormentarlo inutilmente, lo abbandonarono in stato agonizzante e andarono per conto loro a cercare il tesoro. Quella notte, il disgraziato Kjana-Chuyma, tra la febbre della sua dolorosa agonia, sognò che il Sole, dio risplendente, appariva dietro alla montagna vicina e gli diceva:

– Figlio mio. La tua abnegazione al sacro dovere che ti sei imposto volontariamente, ossia di tutelare i miei oggetti sacri, merita una ricompensa. Dimmi ciò che desideri, che sono disposto a concedertelo.
– Oh! Dio amato – rispose il vecchio – che altro posso chiederti in quest’ora di lutto e di sconfitta, se non la redenzione della mia razza e l’annientamento degli infami invasori?
– Figlio sventurato – gli rispose il Sole – quello che tu mi chiedi è impossibile. Il mio potere non può nulla contro questi intrusi; il loro dio è più potente di me. Mi ha sottratto il dominio e per questo, anche io come voi devo fuggire, rifugiandomi nel mistero del tempo. Ma prima di andarmene per sempre, voglio concederti qualcosa che sta ancora nelle mie facoltà.
– Dio mio, – rispose il vecchio sofferente – se ormai hai così poco potere, devo pensare con somma attenzione a ciò che ti chiederò. Concedimi la vita fino a quando possa decidere cosa domandarti.
– Te la concedo, però non oltre il tempo in cui sarà trascorsa una luna. Disse il Sole, sparendo tra le nubi rosse.

La razza era irrimediabilmente vinta. I bianchi, orgogliosi e despoti, non si degnavano di considerare gli indigeni come esseri umani. Agli abitanti dell’immenso impero del Sole, senza re e senza comandanti, non restava che sopportare silenziosamente la schiavitù per molti secoli o fuggire verso regioni dove ancora non fosse arrivato il potere degli intrusi.

Uno di questi gruppi, imbarcandosi in piccole canoe di tifa, attarversò il lago e si rifugiò nella sponda orientale, dove Kjana-Chuyma stava lottando contro la morte. Gli indigeni, una volta consci di ciò che era capitato al nobile anziano, gli diedero tutte le cure possibili. Kjana-Chuyma era uno degli yatiri più amati in tutto l’impero, per questo gli indigeni circondarono il suo letto, pieno di tristezza, amareggiati per la sua morte ormai prossima.

L’anziano, al vedere intorno a sé quel gruppo di compatrioti sventurati, soffriva ancora di più e immaginava i tempi di dolore e amarezza che il futuro riservava a quegli sfortunati.

Fu in quel momento che si ricordò della promessa del gran astro. Decise quindi di chiedergli una grazia duratura, come eredità ai suoi compagni; qualcosa che non fosse né oro, né ricchezza, in modo che i bianchi ambiziosi non potessero strappargliela; una consolazione segreta ed efficace per gli innumerevoli giorni di miseria e patimenti.

Giunta la notte, pieno di ansia e con una febbre consumante, implorò al Sole affinché ascoltasse la sua ultima preghiera. Pochi istanti dopo, un impulso misterioso lo alzò dal letto e lo fece uscire dalla capanna.

Kjana-Chuyma, lasciandosi trasportare dalla forza segreta che lo dirigeva, scalò il pendio fino alla vetta del monte. Nella cima notò che lo circondava un forte chiarore che contrastava con la notte fredda e silenziosa. Improvvisamente una voce gli disse:

– Figlio mio. Ho ascoltato la tua preghiera. Vuoi lasciare ai tuoi tristi fratelli un lenitivo per i loro dolori e un conforto per le loro terribili fatiche che li protegga nel loro abbandono?
– Sì, sì. Voglio che ricevano qualcosa con cui resistere alla dolorosa schiavitù che li aspetta. Me lo concederai? È l’unica grazia che ti chiedo per loro, prima di morire.
– Bene. – rispose con dolce tristezza la voce – Guarda intorno a te. Vedi quelle piantine con le foglie verdi e ovali? Le feci crescere per te e per i tuoi fratelli. Loro realizzeranno il miracolo di addormentare sofferenze e sostenere fatiche. Saranno un talismano inestimabile per i giorni amari. Dì ai tuoi fratelli che, senza ferire i gambi, prendano le foglie e, dopo averle seccate, le mastichino. Il succo di quelle piante sarà il migliore narcotico per l’immensa sofferenza delle loro anime.

Dopo aver ricevuto altre indicazioni, il vecchio pieno di consolazione, tornò alla sua capanna quando l’aurora cominciava a illuminare la terra e ad argentare le tranquille acque del lago.

Kjana-Chuyma, sentendo che gli restavano pochi istanti di vita, riunì i suoi compatrioti e gli disse:

– Figli miei. Sto per morire, però prima voglio annunciarvi ciò che il Sole, il nostro dio, ha voluto nella sua bontà concederci attraverso me.
Salite al monte vicino. Troverete delle piantine con foglie ovali. Abbiatene cura, coltivatele con zelo. Con esse avrete alimento e consolazione.

Durante le dure fatiche a cui vi costringerà il despotismo dei vostri padroni, masticate quelle foglie e otterrete nuove forze per il lavoro.
Negli insicuri e interminabili viaggi ai quali vi obbligherà il bianco, masticate quelle foglie e il cammino si farà breve ed affrontabile.
Nel fondo delle miniere dove vi sotterrerà la disumana ambizione di coloro che vengono a rubare il tesoro delle nostre montagne, quando vi troverete sotto la minaccia delle rocce pronte a crollare su di voi, il succo di quelle foglie vi aiuterà a sopportare quella vita di oscurità e terrore.
Nei momenti in cui il vostro spirito malinconico voglia fingere un po’ di allegria, quelle foglie addormenteranno la vostra sofferenza e vi daranno l’illusione di essere felici.
Quando vorrete scoprire qualcosa del vostro destino, un pugno di quelle foglie lanciato al vento vi dirà il segreto che desidererete sapere.

E quando il bianco vorrà fare lo stesso e proverà a usare come voi queste foglie, gli succederà tutto il contrario. Il loro succo, che per voi sarà forza e vita, per i vostri padroni sarà vizio ripugnante e degenerante: mentre per voi indigeni sarà un alimento quasi spirituale, a loro causerà idiozia e pazzia.

Figli miei, non dimenticate ciò che vi dico. Coltivate quella pianta. È la preziosa eredità che vi lascio. Fate attenzione a che non si estingua, conservatela e diffondetela tra i vostri fratelli con venerazione e amore.

Queste parole gli disse il vecchio Kjana-Chuyma. Poi accostò la testa sul petto e morì.

Gli sventurati indigeni piansero inconsolabili per la morte del loro venerabile yatiri. Durante tre giorni e tre notti piansero il defunto senza separarsi dal suo letto. Poi, fu necessario pensare a dargli degna sepoltura. Per questo scelsero la cima del monte vicino. In silenziosa processione gli indigeni raggiunsero la vetta, trasportando la salma del loro yatiri. Fu seppellito in un punto circondato da quelle piantine verdi e misteriose. Proprio in quel momento si ricordarono di quanto gli aveva detto Kjana-Chuyma al morire e, prendendo ognuno un pugno di foglioline ovali, si misero a masticarle.

E quindi si realizzò la meraviglia. Ingoiando l’amaro succo, notarono che la loro sofferenza immensa, si addormentava lentamente…”

Stefano Lioni

(Leggenda tratta dal libro “Leyendas de mi tierra”, di Antonio Diaz Villamil)


Il mistero della Mappa nella Roccia di Barrancas

Pietra MappaIn una zona archeologica semidesertica, a circa 3500 metri d’altezza, tra antichissime pitture rupestri e altri segni millenari della storia umana, si trova una pietra particolare. Una Pietra Mappa, come l’hanno definita gli archeologi che l’hanno studiata. Una roccia carica di fascino, scolpita da abili mani nel lontano periodo preincaico e situata nell’attuale provincia di Jujuy, in Argentina.

La settimana scorsa, mentre visitavo il Museo Archeologico di Humahuaca, prima di entrare nella stanza delle mummie rinvenute nelle vicine grotte di Inca Cueva, la mia attenzione fu catturata da una foto appesa a una parete. Era la foto di una grossa pietra sulla cui superficie erano state scolpite linee regolari, curve e diverse figure. Perlomeno questo fu quello che riuscii inizialmente ad apprezzare osservando la piccola e non nitidissima foto esposta. Nella descrizione presente sotto l’immagine c’era scritto: Barranca, sentiero dell’Antigal, Pietra Mappa. Rappresenta proprietà agricole e allevamenti, epoca preincaica, opera dei casabindos. Incuriosito da quella particolare roccia mai vista prima, decisi di saperne di più, su Barrancas, sulla Pietra e sui casabindos.

Appena uscito dal museo mi recai in una biblioteca di Humahuaca alla ricerca di maggiori informazioni su quella affascinante pietra. Per un consapevole appassionato di misteri come me, una pietra scolpita in quel modo, a prima vista potrebbe benissimo essere l’antica mappa di una pista d’atterraggio stellare o l’indelebile indicazione di qualche tesoro andino ancora da scoprire. Niente di tutto ciò, almeno secondo la realtà accademica di un bel Dizionario Archeologico consultato in biblioteca, scritto da un’autorevole archeologa argentina. La Pietra di Barrancas, Pietra Mappascrive Alicia Ana Fernandez Distel, autrice del Dizionario, riporta sulla sua superficie diciotto bassorilievi di forma quadrangolare rappresentanti “proprietà di terre con bestiame”. La roccia quindi si può definire una sorta di mappa. Interpretazione questa in linea con la descrizione che avevo letto nella foto del museo. All’interno di ogni singolo compartimento quadrangolare, sono state realizzate, attraverso un doppio bassorilievo, diverse figure di lama e uomini, scrive ancora l’archeologa argentina. Dettagli che, non essendo ben visibili nelle foto disponibili, sono stati riportati dalla Fernandez in un disegno schematico che trovai su un altro suo libro, Schema Pietra Mappanel quale è possibile apprezzare meglio le figure di animali e una figura probabilmente antropomorfa con la tipica camicia andina, l’uncu. L’archeologa argentina, ad un certo punto della sua descrizione della roccia, sembra iniziare a creare un po’ di mistero attorno alla Pietra di Barrancas, scrivendo che l’angolo superiore destro della roccia presenta una stranezza: in esso è presente una sorta di maniglia, creata tagliando e svuotando il triplo bordo della pietra in modo da formare quindi un cono cavo o anello. Dizionario ArcheologicoLa Fernandez conclude la breve descrizione della Pietra, sottolineando che il doppio basso rilievo con le figure, converte questo esemplare artistico in un vera e propria scultura “geroglifica”, essendo evidente che si tratti di un modellino architettonico con iscrizioni ideografiche. Ma allora, qual è il significato della scultura?

La studiosa argentina, pur riconoscendo alla Pietra Mappa lo status attuale d’opera d’arte rupestre, non afferma esplicitamente che fu realizzata a scopo artistico e non si sbilancia in nessuna ipotesi relativa al suo significato. Anche Juan Shobinger, professore emerito di Archeologia dell’Università di Cuyo, parlando della Pietra di Barrancas nella presentazione di uno dei libriArcheologia e storia di una valle della Puna della Fernandez, sembra andarci cauto descrivendo la Pietra, affermando che a Barrancas, ciò che richiama maggiormente l’attenzione è un pannello di roccia chiamato “La Mappa”, scolpito in modo fortemente geometrico con tecnica excisa, il cui significato e la cui funzione si prestano solo a congetture. Mistero archeologico accademicamente accertato quindi, quello del senso originario della Mappa nella Roccia. Mappa capace di meravigliare anche i non addetti ai lavori per la sua rarità, bellezza e precisione di realizzazione. E a voler incrementare un po’ il mistero, a mio avviso sembrano essere poco chiare anche l’origine e il senso di quelle due uniche linee curviformi sovrapposte allo schema quadrangolare base. Linee che si intrecciano in un punto centrale della roccia, formando quasi una sorta di spirale o doppia elica. Non potendo visionare direttamente la roccia, resta difficile stabilire se queste linee curve siano di origine naturale o artificiale, dato che né la Fernandez, né Shobinger lo chiariscono.

Trovandomi quindi di fronte a un piccolo mistero archeologico, decisi di divertirmi a cercare di risolverlo, andando prima di tutto a capire meglio chi fossero i casabindos, ossia il popolo che viveva in quelle zone, al quale gli archeologi attribuiscono la realizzazione della Pietra. Consultando sempre il Dizionario Archeologico della Fernandez, scopro che i casabindos erano un gruppo indigeno della zona centrale della Puna dedito all’agricoltura, all’attività mineraria e all’utilizzo di allucinogeni per le loro pratiche religiose. Probabilmente quindi, essendo abituati a lavorare con la roccia nei lavori minerari, erano dotati di una buona tecnica di lavorazione della pietra e la precisione e i dettagli della Pietra Mappa lo confermerebbero. Ad ogni modo, nonostante queste e altre informazioni lette sui casabindos, escludendo ipotesi di mappe stellari e mappe del tesoro, il significato della Mappa nella Roccia restava ignoto.

Come ultimo tentativo chiarificatore, cercai in rete eventuali ipotesi non ufficiali in merito al significato della Pietra Mappa, ma terminai presto la mia ricerca senza trovare quasi nulla. L’unica ipotesi, non ben identificata, che lessi su un sito internet argentino, attribuisce alla roccia di Barrancas il significato di mappa catastale, cioè di mappa creata appositamente per definire limiti territoriali di proprietà. Ipotesi che però non mi convinse affatto, in quanto è piuttosto noto che nelle comunità indigene del tempo, la proprietà privata non era socialmente contemplata, in quanto la terra era considerata un bene comune. Per i popoli ancestrali infatti, come dice Josè Aylwin, giurista esperto in culture indigene sudamericane, la terra e le risorse naturali, contrariamente al concetto di proprietà individuale proprio della cultura occidentale, erano in generale possedute e utilizzate in forma collettiva, a beneficio quindi di tutti i gruppi familiari della comunità.

Alla luce quindi di questo antico modus vivendi comunitario, dove tutto era di tutti e dove la proprietà privata non esisteva, è difficile pensare che il bassorilievo della Pietra di Barrancas fu realizzato con il fine catastale che potremmo immaginare ai giorni nostri. In quelle società ancestrali non c’era la necessità di capire a chi appartenesse un terreno, perché la terra, dono divino, era di tutto il popolo, ed era suddivisa in lotti probabilmente solo per una questione di praticità nella gestione del bestiame e delle coltivazioni. E allora, solo per azzardare una prudente conclusione capace di placare la mia curiosità archeologica, arrivai ad una interpretazione personale, o meglio ad una congettura, come direbbe il professor Shobinger.

Il senso di una mappa su una pietra che riproduce terreni con lama, Pitture rupestri Barrancasin una zona archeologica dove uno degli elementi più frequenti rappresentati nelle pitture rupestri è proprio il lama, forse nasce da un significato più ampio. Non così ampio da includere, almeno in questo caso, teorie di antichi astronauti o tesori perduti, ma certamente profondo, come profondo era quel legame intimo che le culture di un tempo avevano con i propri animali e con la propria terra, un legame fatto di spontanea sacralità e rispetto per la natura, un legame capace chissà di animare la sensibilità artistica di un uomo o di una donna di centinaia di anni fa, di animarla al punto tale da realizzare un’opera d’arte unica, eccezionale, quasi eterna, che fosse in grado di omaggiare a dovere la terra e il prezioso bestiame. Un’opera che potesse superare la prova del tempo e descrivere attraverso perfetti contorni litici, una mappa tellurica dell’amore che quell’artista ancestrale nutriva per la terra e i lama del suo popolo.

Stefano Lioni

Lì dove cadono i fulmini e tra altre pietre magiche

Piedra de RayoIn una cultura, quella andina, dove tutto possiede un’anima, dove un fulmine pietrificato ha ancora energia per favorire cure e guarigioni, dove rocce, minerali, terra e tutto ciò che si calpesta diventa sacro e simbolico, dove è necessario chiedere il permesso alla Pachamama per cogliere dei frutti, per bere l’acqua di un fiume, per camminare su un prato, vivere diventa un naturale rispetto per lo Spirito della Terra e per tutte le sue ricchezze animali, vegetali e minerali. Ed è proprio del regno minerale andino che inizierò a parlare in questo articolo, scrivendo a proposito dei poteri che i curanderi e la gente della zona attribuiscono a quel mondo fatto di pietre, cristalli, e sale, fatto di spigoli, polveri e colori.

Nella zona andina l’uso di pietre e minerali come rimedi medicinali o amuleti dal carattere magico è ancora oggi molto diffuso. Il primo a parlarmi dell’utilizzo di pietre e minerali nei rituali di guarigioni andini fu Samuel Valdiviezo, un curandero che incontrai circa due mesi fa a Purmamarca. “Nel punto esatto in cui cade un fulmine si forma una pietra particolare. Piedra de RayoQuesta pietra la chiamiamo Piedra de Rayo (Pietra di Fulmine) ed è una pietra molto ambita dai curanderi perchè possiede diversi poteri curativi”, mi disse Samuel. Incuriosito dalle sue parole, decisi di saperne di più sulla Piedra de Rayo e in generale sugli usi di pietre e minerali come elementi di cura nelle zone andine.

Dopo varie ricerche, trovai un interessante articolo scritto circa due anni fa da Ricardo Alonso sul Tribuno, uno dei quotidiani più diffusi della provincia di Jujuy. Alonso nel suo articolo approfondisce bene il discorso relativo agli usi di pietre e minerali nei territori andini, e lo fa riassumendo quanto letto nel libro “La medicina popolare nel Nord-Est argentino” del Dr. Nestor Palma, un noto antropologo argentino.

“I curanderi itineranti Kallawayas, portano sempre nelle loro borse diversi rimedi della natura vegetale e minerale”, scrive Alonso nel suo articolo. “Esiste una grande varietà di rocce, terre, minerali metallici e non metallici, cristalli, pietre semipreziose, sali e fossili che si utilizzano ampiamente per diverse cure e guarigioni del corpo e dello spirito”, specifica il giornalista argentino. E proprio la Piedra de Rayo è uno degli elementi non vegetali che Alonso cita tra quelli più utilizzati dai curanderi andini.

Come spiegano i geologi, la folgorite, in queste zone chiamata Piedra de Rayo, è una pietra vetrosa che si forma nel punto esatto in cui cade un fulmine, a causa dell’altissima temperatura trasferita al suolo e in grado di fondere la sabbia fino a vetrificarla. Piedra de RayoLa Piedra de Rayo si forma principalmente in zone arenose, come ad esempio le dune di sabbia, ma può formarsi anche in zone argillose o addirittura rocciose. È una vera e propria rarità del suolo, la sua forma tubulare e ramificata può ricordare quella stessa di un fulmine o di una radice e a seconda della sabbia in cui si forma può essere nera, bianca o verde. Le dimensioni di queste pietre, conosciute anche col nome di Lechatelieriti, sono generalmente nell’ordine dei centimetri, però in alcuni casi possono superare anche il metro di lunghezza. Per fare un salto in Europa ad esempio, in Portogallo un gruppo di ricercatori dell’Istituto Geologico spagnolo, ha descritto una folgorite lunga 2 metri, Folgoritecon un diametro di 75 centimetri e ramificazioni nel suolo estese fino a 7 metri di distanza dal corpo centrale, si spiega in un articolo della rivista scientifica “European Journal of Mineralogy”. Questa folgorite dalle dimensioni eccezionali è nota come la folgorite di Torre de Moncorvo e sarebbe una delle pietre più grandi del mondo originata da un fulmine.

Nell’articolo del Tribuno, Alonso spiega che la Piedra de Rayo viene utilizzata dai curanderi come protezione stessa dai fulmini e con fini curativi per l’asma, per il soplo (eruzioni cutanee e malesseri generali che si presentano dopo esser passati per un luogo energeticamente negativo) e per il susto (perdita dell’anima). Una ragazza del luogo incontrata qui a Humahuaca, mi raccontò che sua nonna utilizzava la Piedra de Rayo per curare il susto e il soplo. Ricavava un po’ di polvere dalla pietra stessa e poi faceva bere all’ammalato un bicchiere d’acqua nella quale aveva versato la polvere stessa. Alcuni esemplari di questa pietra sono stati ritrovati nelle dune di Abra Pampa, una zona prossima a dove mi trovo ora e che visiterò, certamente non sotto un temporale, non appena riprenderò il mio cammino verso nord.

Oltre alla Piedra de Rayo, nel suo articolo Alonso cita ulteriori pietre, minerali e altri elementi naturali ai quali vengono associati differenti poteri curativi. I grandi cristalli cubici di sale di rocca, conosciuti nella zona come sal de compa, vengono ridotti in parti più piccole e sistemati in un sacchetto di tela il quale a sua volta viene posto nel luogo della puntada, ossia nella zona del dolore ai fianchi dell’addome. Il sacchetto è utilizzato anche nei casi di infezioni respiratorie. Il Cyguairo, un miscuglio di terre di 12 colori differenti diluite in acqua, viene dato come medicina da bere per curare il mal aire (colpo d’aria). La Piedra Bezoar, un calcolo che si può trovare nell’intestino o nello stomaco di diversi animali, come ad esempio lama e vigogna, viene utilizzata come antidoto contro il veleno e come cura per il susto. La Piedra Aguila (Pietra Aquila), formata da grandi conchiglie marine fossili e rintracciabile in alcune rocce boliviane, viene anch’essa usata come antidoto contro il veleno, per la cura del susto e anche per malattie cardiache. La Piedra Bisal, una roccia silicea vitrea, è usata in caso di febbre e differenti tipologie di susto. Il Chacco, una terra argillosa commestibile utilizzata nelle pratiche di geofagia, sarebbe utile per curare la gotta. Il diaspro per le emoraggie. Il turchese, un fosfato idrato di allumino e rame, per il mal di gola. Tra le numerose varietà di quarzo, quello bianco è usato per favorire la concentrazione evitando le distrazioni, quello rosato nelle questioni sentimentali e quello viola (ametista) protegge contro l’invidia e le stregonerie. La rodocrosite, un minerale tipico argentino, Rodocrositeaiuta nelle situazioni sentimentali e avrebbe poteri afrodisiaci. L’onice azzurro o celeste è usato per favorire uno stato di buona salute generale. La malachite, un carbonato di rame di color verde, è considerato un minerale che elimina il dolore fisico e le sofferenze in generale. Infine, la calcite, un carbonato di calcio che si può presentare in diverse varietà, è utilizzato in caso di reumatismi, artriti, artrosi, caduta dei capelli e per fortificare le ossa.

Stefano Lioni

(Foto principale articolo: National Geographic)


Diario di un viaggiatore in Sudamerica