Le sciamane mapuche

sciamana mapucheNel popolo mapuche solo le donne possono essere sciamane e sono chiamate machis. Solo in alcuni casi possono essere sciamani anche gli uomini, ma devono avere caratteristiche femminili, come ad esempio essere travestiti, omosessuali o ermafroditi. A raccontare questi ed altri aspetti dello sciamanesimo mapuche in un interessante articolo pubblicato sulla Gazeta de Antropologia, è Beatriz Carbonell, docente presso il Dipartimento di Interculturalità dell’Università argentina di Fasta.

Nell’articolo la studiosa sottolinea che per effettuare il viaggio sciamanico, a differenza di sciamani di altri popoli che utilizzano piante o bevande psicoattive, come ad esempio l’Ayahuasca, le sciamane mapuche effettuano il volo estatico senza l’utilizzo di piante particolari, ma semplicemente mediante il suono del kultrun, il tamburo sacro mapuche. Le sciamane mapuche però non effettuano il viaggio sciamanico da sole; esse sono accompagnate da un dungumachife, un interprete di sesso maschile che le assiste durante le cerimonie, al fine di garantire durante il rito il potere simbolico derivato dalla somma dei due sessi, femminile e maschile, così come avviene in altre religioni andine. Le machis possono curare, conoscono le preghiere sacre, riconoscono la saggezza che esiste nelle piante e nei fiori ed organizzano le comunità con il loro potere magico-religioso.

La docente argentina conclude il paragrafo del suo articolo dedicato alle sciamane mapuche scrivendo che esse operano sempre in base alla loro relazione con gli elementi soprannaturali. Aggiunge infine che per poter effettuare l’attività di sciamane, le donne devono prima superare un periodo di apprendimento lungo e doloroso guidate da altre machis esperte.

Stefano Lioni

Fonti: http://www.ugr.es/~pwlac/G19_09Beatriz_Carbonell.html e Ana Mariella Bacigalupo per la foto.

Quale futuro per gli indigeni incontattati?

popoli incontattatiSurvival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, ha da poco duramente attaccato un recente editoriale della rivista scientifica Science, nel quale due antropologi, Robert S. Walker e Kim R. Hill, hanno dichiarato che il contatto con le popolazioni indigene ancora incontattate sarebbe auspicabile per il bene stesso degli indigeni, in quanto altrimenti questi ultimi non riuscirebbero a sopravvivere nel lungo termine.

Dichiarazione shock in quanto va assolutamente contro corrente rispetto all’ipotesi classica e da sempre sostenuta da Survival International, secondo la quale i contatti con i popoli incontattati sarebbero da evitare a tutti i costi, per via della spiccata vulnerabilità degli indigeni agli agenti patogeni potenzialmente contraibili durante un contatto, anche breve, con esseri umani esterni al loro gruppo storico.

Stephen Corry, il direttore di Survival International, ha dichiarato che i due antropolgi, favorendo l’ipotesi del contatto con gli indigeni, farebbero il gioco di chi vuole aprire l’Amazzonia all’estrazione di risorse naturali e agli investimenti. Il direttore del movimento per la tutela indigena ha quindi definito “pericoloso e fuorviante” l’articolo di Science.

Personalmente, dagli studi effettuati condivido la teoria generale secondo la quale, popolazioni animali, vegetali o umane che vengono a contatto per la prima volta tra loro, vanno certamente incontro a potenziali rischi per la salute,  legati appunto alla trasmissione di agenti patogeni per i quali non si possiede un sistema immunitario adeguato.  Anche la storia stessa della conquista delle americhe d’altronde supporta questa teoria, in quanto è stato calcolato che le principali cause di morte degli indigeni delle americhe, a seguito del primo contatto con gli europei colonizzatori, sarebbero state proprio le malattie portate da questi ultimi nel nuovo mondo.

Spero quindi che le popolazioni attualmente incontattate, continuino a restare isolate, perchè penso che sia questa la condizione migliore per il loro bene. Gli indigeni amazzonici sono popoli millenari, perfettamente integrati nel loro ambiente e primi esperti protettori delle loro foreste, fonte della loro sopravvivenza. Non penso che loro abbiano bisogno dei nostri vaccini, delle nostre invadenti macchine fotografiche e del nostro cemento per sopravvivere. Ce l’hanno fatta benissimo finora e soprattutto, da quel che si sa, vogliono essere lasciati in pace, perchè contattarli quindi? Per soddisfare le nostre eventuali curiosità antropologiche? O peggio, per costuire l’ennesima ferrovia?  Sinceramente, viste le potenziali negative conseguenze di un eventuale contatto, mi soddisfa di più l’idea romantica che in questo mondo, dove ormai tutto è conosciuto o deve esserlo se non lo è, esista ancora una parte di esso che resiste quasi miracolosamente nella sua intatta autenticità, alla furia espansiva e colonizzatrice tipica di chi di volta in volta, si crede padrone del mondo.

Stefano Lioni

Fonte della foto: www.survival.it  (G. Miranda/FUNAI/Survival)

 

Diario di un viaggiatore in Sudamerica