Tutti gli articoli di Stefano Lioni

Gli spiriti delle montagne

È possibile invocarli e chiedere loro aiuto, sono fondamentali nei rituali andini, ascoltano, proteggono e hanno il ruolo di messaggeri tra il mondo terreno e il mondo del cielo. Sono gli Apu, gli spiriti tutelari delle Ande.

Anche da La Paz, la città boliviana in cui sto vivendo da circa un anno, è possibile vedere una montagna sacra che i locali chiamano Apu Illimani. E sono tante le montagne Apu che ho incontrato e che continuo a incontrare nei miei viaggi tra le Ande. In Perù ad esempio, nella zona intorno a Cusco, si trovano l’Apu Salkantay e l’Apu Ausangate.

Le montagne sono da sempre state considerate dalle antiche civiltà un ponte verso il divino perché le grandi cime avvicinano l’uomo al cielo e quindi gli permettono di comunicare più facilmente con gli dei. Gli Apu andini intervengono come messaggeri in questa comunicazione tra l’uomo e il Sole e gli altri elementi sacri del cielo come le stelle.
La natura nel mondo andino è viva, animata, partecipa con ruoli specifici nello sviluppo e benessere delle società, a patto che venga rispettata. Per le comunità andine, le montagne in cui abitano gli Apu sono luoghi sacri. L’Apu è uno spirito capace di proteggere individualmente e collettivamente. Gli Apu controllano i cicli dell’acqua e determinano quindi le sorti delle società agricole andine. Gli spiriti delle montagne sono incaricati dalla divinità di proteggere gli uomini e fungere da intermediari tra il Kay Pacha (mondo terreno) e l’Hanan Pacha (mondo di sopra).

Nella tradizione andina si crede che gli Apu possano lasciare temporaneamente una montagna per avvicinarsi a un luogo in cui sono invocati, ad esempio in una cerimonia in cui si sta chiedendo il loro aiuto. I curanderi andini invocano gli Apu nei rituali di ringraziamento alla Pachamama, nei rituali di guarigione e anche in altri casi. Ogni curandero può invocare più di un Apu protettore e chiedergli supporto per il buon esito del rituale.

Uno dei modi che ho imparato da alcuni curanderi per invocare un Apu è il seguente. Dopo aver realizzato un pago a la tierra, si prendono tre foglie di coca, si portano in alto con le mani in direzione della montagna sacra, si pronuncia a voce alta il nome dell’Apu e poi, dopo aver ringraziato o chiesto aiuto per qualcosa, si soffia forte sulle foglie sempre in direzione della montagna, affinché la richiesta possa raggiungere più facilmente l’Apu. Dopodiché le foglie si appoggiano per terra e, sopra di esse, per fissare la richiesta, con alcune pietre prese lì vicino si costruisce una cumulo verticale di sassi che i locali chiamano apacheta.

Stefano Lioni

TERRA MADRE TOURS – Viaggi nel mondo ancestrale

Le sacerdotesse della Luna

 C ‘è un filo sottile che da sempre lega in forma privilegiata la donna alla Luna. Un filo fatto di mistero, magia e non solo. Un filo che alcune donne in particolare, durante il periodo inca, rafforzavano attraverso specifici rituali notturni di connessione. Erano le custodi delle energie lunari. Erano, le sacerdotesse della Luna.

Dopo aver visitato Shinkal, un’antica città incaica della Catamarca, scopro che anche gli inca, come molti altri popoli ancestrali, praticavano il culto lunare. Decido allora di saperne di più a proposito e dopo alcune ricerche trovo diverso materiale interessante sull’argomento, tra cui un bell’articolo del professor Guillermo Llerena Cano. Nella sua pubblicazione, lo studioso racconta che nel Perù incaico, il culto alla Mama Quilla, alla Madre Luna, sebbene partecipato e rispettato da tutti, era speciale prerogativa delle donne. Ed una classe particolare di esse, le sacerdotesse della Luna, si dedicava a celebrare e tramandare nel tempo particolari rituali di connessione lunare.

Erano esperte curandere e donne molto sagge. Durante la cerimonia della Quillamama Raymi, camminavano silenziose nella notte, accendevano torce, bruciavano essenze profumate e suonavano sottili lamine d’argento per attirare l’attenzione della Luna, scrive Llerena Cano nel suo articolo. Indossavano lunghi vestiti grigi e mantelli dello stesso colore, in testa portavano un copricapo di lana bianca e indossavano orecchini d’argento che emettevano un suono metallico che avvisava gli uomini della loro presenza, perché a questi ultimi era proibito guardarle. Grazie a questa capacità di connessione con la Luna, aggiunge lo studioso, le sacerdotesse, con i loro oracoli, erano in grado di annunciare eventi futuri.

Ancora oggi, in Perù, è possibile visitare il tempio lunare di Quillarumiyoc (Pietra della Luna). Un luogo sacro poco conosciuto, fortunatamente salvatosi dalla furia distruttiva che i colonizzatori spagnoli riversarono contro tutto ciò che considerarono idolatrico. In luoghi come quello di Quillarumiyoc, durante appositi riti lunari, scrive infine Llerena Cano, la donna riceveva dalla Luna i segreti della magia, la bellezza, l’incanto, la forza dell’invisibile, la conoscenza dei cicli e delle fasi di fertilità e la saggezza femminile.

Stefano Lioni

(Immagine illustrativa: Raquel Temporal)

Il ritorno dell’Inka

Dopo una forte chiamata interiore, Elizabeth B. Jenkins lascia il suo dottorato di ricerca, il suo fidanzato, vende tutto e va a vivere in Perù. Lì incontra un maestro, Juan Nuñez del Prado, e inizia il suo viaggio di iniziazione e scoperta che la porterà ad approfondire la conoscenza di se stessa attraverso la tradizione spirituale andina.

La storia della Jenkins mi ha accompagnato in questi giorni di cammino, attraverso la lettura del suo stesso libro “Il ritorno dell’Inka”, libro che l’autrice scrisse al termine di un percorso spirituale in Perù. Forse, più di qualsiasi altra cosa, nelle Ande stavo imparando che la spiritualità e il gioco vanno insieme. Per la gente andina, gli atti più religiosi non erano questioni serie e nemmeno cupe, erano celebrazioni di allegria, scrive la Jenkins quando commenta in particolare il lato ludico degli ukukus, una sorta di pagliacci sacri che controllano e animano il pellegrinaggio della Festa di Q’ollorit’i. E tale festa, spiega invece il maestro della Jenkins, è collegata alla costellazione delle pleiadi, le quali possiedono una grande importanza esoterica ed energetica. Per i maestri andini, esse rappresentano i sette livelli di sviluppo psichico. Durante la Festa del Santuario di Q’ollorit’i, le pleiadi fungono da unificatrici di campi energetici. Negli ultimi anni, il numero di pellegrini al Santuario è aumentato in maniera incredibile. Sempre di più sono le persone attratte da quel posto. È possibile che non lo sappiano, però ci vanno perché stanno attendendo un eletto, un maestro di settimo livello ancora non rivelato.

Visiterò il Perù una volta terminato il cammino in Argentina, che al momento sento prioritario, ma libri come questo non fanno che amplificare il mio desiderio di visitare questa terra ricca di cultura sciamanica, una terra nella quale, sempre secondo le parole del maestro della Jenkins, si crede che al momento del concepimento, nel nuovo individuo si uniscono tre poteri differenti: il potere della materia, il potere dell’anima individuale e il potere eterno dello spirito. Poteri che si concentrano nella fronte, in un punto che si chiude crescendo ma che da piccoli è ancora molto aperto e dal quale entra molta “energia viva” o “luce bianca” (sembra riferirsi alla zona del terzo occhio induista). Nell’opera della Jenkins, nel capitolo “Il tempio della morte”, Juan Nuñez del Prado effettua un rituale di riapertura di tale porta cosmica attraverso l’utilizzo di alcune pietre speciali.

Il libro, che riporta anche il significato delle profezie andine dei cicli cambiamento ed evoluzione, parlando ad esempio dell’era del Taripay Pacha, ossia dell’era di “incontrarsi nuovamente con se stessi”, è davvero pieno di passi interessanti capaci di aiutare a decifrare con maggior chiarezza lo sviluppo della coscienza collettiva umana e allo stesso tempo offrire spunti di riflessione utili a comprendere meglio la tradizione spirituale andina, la quale, come scrive la Jenkins, sviluppò un modo molto differente da quello occidentale di vedere, interpretare e lavorare con il sistema energetico umano.

Stefano Lioni

(Foto principale: hatunkarpay.org)